L'aggressione di Paese: «Sembrava una belva feroce Prima i suoi passi, poi la violenza»

TREVISO. «I suoi passi si facevano sempre più vicini, poi è stato una bestia. Mi sono sentita morire». La ricostruzione della 62enne è turbata, ma lucida. Nonostante la notte insonne. Quel percorso d’altronde, poco più di due chilometri nel centro di Paese, lo faceva ogni sera. Lo conosceva a memoria. Ed è lì che la donna si è prima sentita gli occhi addosso e poi, è stata gettata a terra e toccata. Al centro di via Cavour. «Stavo facendo il mio solito giro, quello di ogni sera. Sono passata da via Trieste per poi proseguire fino alla chiesa lungo viale Panizza. Qui, in piazza, ho attraversato ed andando verso il cinema su via Battisti sono arrivata a Villa, prendendo via Pravato, di fatto l’ultima strada prima di ritornare in piazza e quindi a casa» ripercorre la donna, tornando con la mente ai drammatici momenti di quando ha incrociato lo sguardo del suo aggressore.
«In via Pravato mi sono accorta che qualcuno mi stava guardando e che ha cominciato a seguirmi», racconta, «mi sono girata ed ho notato il ragazzo di colore. Ho avuto la sensazione ci fosse qualcosa che non andava e ho attraversato la strada. Qualche metro più avanti, voltandomi ancora, ho visto che l’uomo si era spostato sul mio stesso lato della via e mi sono tranquillizzata solo nel momento in cui, proseguendo con passo più veloce e tornando a girarmi, l’ho visto parlare al telefono. Sembrava non interessato». È pero qualche istante dopo che i passi dell’uomo si fanno sempre più vicini. E sale l’angoscia, la paura.
«L’ho sentito sempre più vicino, ho sentito il rumore dei suoi passi: ho provato ad accelerare ancora il mio passo. Vedevo la piazza, ma ho deciso di voltare in via Cavour. Mi sembrava più illuminata e ho notato una casa con la luce accesa, mi sentivo più sicura» aggiunge, «Non ho fatto in tempo a voltare l’angolo che me lo sono trovata addosso». Qui, sull’asfalto di via Cavour, a due passi dall’ex biblioteca, i timori della signora si materializzano. «Mi ha buttata a terra con la forza di una bestia, mi teneva stretta, ero a pancia in giù. Con la stessa violenza ha provato a togliermi i vestiti, ha tentato di sfilarmi sia le maglie che i pantaloni: ho sentito le sue mani sulla mia pelle, è stato terrificante» prosegue, «per fortuna, per qualche secondo, sono riuscita a gridare con tutta la voce possibile.
Poi però mi ha tappato la bocca. Non ho avuto il tempo di pensare, ho provato a divincolarmi e fino a quando ci sono riuscita gli ho tenuto un braccio, poi però mi sono venute meno le forze. Mi sentivo morire». Quelle poche grida d’aiuto, a squarciagola, si sono rivelate provvidenziali. «Nel giro di poco, dall’ingresso opposto di via Cavour, un signore ci è corso incontro. Mi aveva sentito gridare» aggiunge ancora la donna, «è stata questione di attimi: vedendo quell’uomo venirci incontro, lui mi ha preso a calci al costato, forse per vendicarsi. Non riuscivo più a respirare».
Un’auto che stava svoltando su via Cavour, i fari puntati e l’uomo arrivato in soccorso della donna, si sono rivelati decisivi per far scappare l’aggressore. «Ringrazio Dio di aver avuto la forza di urlare, ma non posso non pensare cosa sarebbe successo se al posto mio ci fosse stata mia figlia» chiude la donna, che con amarezza aggiunge: «ora non mi metterò più nei panni di chi chiede la carità. Ero sempre la prima ad aiutare: ora basta».
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