L’Imbarcadero di Cendon riapre con i primi gestori
Dopo trent’anni anni il pub affacciato sul Sile torna nelle mani della famiglia Donzella, al timone l’erede Emanuelle Celeste con il marito Filippo Frati, in cucina il veterano Walter Sottana. Giovedì 12 febbraio l’inaugurazione

Ultimi ritocchi all’Imbarcadero di Cendon di Silea in vista della riapertura di giovedì 12 febbraio: dopo 30 anni torna a gestirlo la famiglia dei proprietari, i Donzella, con la terza generazione in prima linea. Il pub conserverà il suo carattere rustico.
Il locale è chiuso da dicembre, e alle 18.30 di oggi ad aprirne le porte saranno i coniugi ventiseienni Emanuelle Celeste Favero e Filippo Frati, affiancati dalla madre di lei, Antonella Donzella. Un inizio che ha il sapore di un ritorno: il locale fu comprato dal nonno di Emanuelle, Giuseppe Donzella, 56 anni fa, quando era ancora “Trattoria il cacciatore”. Lui e la moglie lo mandarono avanti insieme per un periodo, poi lo diedero in gestione all’esterno, ma conservando la proprietà.
Nel ’95 i loro figli, Antonella ed Emanuele, presero in mano l’attività: a quel punto si chiamava ormai “Imbarcadero”, ed era un bar particolarmente amato dai motociclisti. Proprio un incidente di moto fu fatale a Emanuele Donzella. E di nuovo la gestione passò all’esterno. Nel 2000 arrivò Marco Zamuner: è lui che ha mandato avanti l’ “Imba” fino a dicembre scorso. Ed è sotto la sua guida che Emanuelle negli ultimi dieci anni ha imparato il mestiere. “Spillo” è stata invece la palestra di Frati, mentre Antonella Donzella vanta diverse esperienze di ristorazione, tra cui un proprio food truck di panini, con cui in Sicilia (terra d’origine dei Donzella) girava per stadi e discoteche.
«Non vogliamo snaturare il locale», spiegano: in sala si ritrovano il legno e lo stile rustico, rinfrescati da tante piante. Nel menu qualche ritocco, e in cucina resta il veterano Walter Sottana. Alla vocazione sportiva (il pub è frequentato da appassionati di rugby e calcio) si affiancheranno serate a tema e con musica dal vivo. Emanuelle non nasconde la commozione. «Fin da piccola ho sentito parlare dell’Imbarcadero. Era il sogno dello zio Emanuele. Adesso è diventato il mio».
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