Giacca, cravatta e ... cappello, ecco la testa del corteo

Non ci sono 25 aprile e 1 maggio che tengano. Non c’è manifestazione che riesca a radunare per tre giorni oltre 450 mila persone provenienti da tutte le Regioni d’Italia tra alpini e parenti. E, soprattutto, che riesca nella mirabolante impresa di far tornare l’orgoglio per il Paese. Così Piacenza, in occasione dell’86esima adunata nazionale degli Alpini da immagine schiva e riservata si è trasformata in un concerto di tricolori, bandiere, lenzuola sventolanti, palloncini e, soprattutto, sorrisi. A colpi di 6.500 penne nere all’ora, per dieci ore, ieri è stata la volta della sfilata. A Treviso – 4 sezioni al seguito – è toccato il quarto settore, insieme agli Alpini del Friuli e del Trentino. Maglia bianca candida, un vero colpo d’occhio sulla miriade di camice a quadri rosse, verdi e beige dove i gagliardetti si confondono, la delegazione trevigiana è stata guidata dal capogruppo Rodolfo Tonello e dal primo cittadino di Fontanelle, Ezio Dan. Entrambi, rigorosamente in giacca e cravatta. «È dallo scorso anno che seguo il gruppo degli Alpini», spiega il sindaco, «ma devo dire che sono davvero ben organizzati. È un gruppo affiatato, serio, competente e si è sempre dimostrato capace e affidabile in ogni occasione». Caratteristiche che fanno parte dello spirito degli Alpini. Una foto al gruppo – Giuseppe Battistella (pittore, tengono a sottolineare i suoi amici), Angelo Cester (detto Ninì), Giuseppe Basso (capogruppo della Protezione Civile) e Domenico Lucchese – e la priorità è la cartina con le indicazioni per la partenza dei settori. Iniziano le Fanfare, poi le Autorità, quindi le delegazioni all’estero, le Isole Maggiori, la Toscana e finalmente loro: Veneto, Trentino e Friuli. «Se avessero portato così tanta gente per una manifestazione politica, ci sarebbero stati sicuramente disordini. Con gli Alpini non ci sono mai pericoli di questo genere», commentano, mentre si fanno spazio tra macchine fotografiche, telecamere, telefonini che squillano invano, sovrastando cori e tamburi. Da via Conciliazione a Piazzale Libertà, dallo Stradone Farnese a Corso Europa è il tripudio del tricolore. Un balcone, una bandiera. Bar con tanto di menù dedicati e il monito: «Benvenuti a Piaseinza. Ricurdiv ca dal cudeghin spo mia fa senza!». E mentre il ministro della Difesa Mario Mauro definiva gli Alpini con le parole di Carlo Gnocchi «uomini degni di Dio», famiglie con carrozzine bianco rosse e verdi, uomini e donne con gagliardetti, magliette «sempre, al passo con i tempi, senza dimenticare il passato», anziani con il bastone e foulard tricolore che non passeranno mai di moda, giovani curiosi di fronte ad una rete reale, ad uno spettacolo il cui significato forse non sempre riescono a comprendere, affollano le strade.
Non basta la prima, ci sono anche le seconde e terze file. Un bambino sulle spalle indica il secondo settore. «Sono gli Alpini stranieri», gli spiega un papà poco attento. «Non siamo stranieri, siamo italiani costretti a trasferirci all’estero nel dopoguerra per cercare lavoro». replicano loro. Fieri, orgogliosi dell’appartenenza ad un Paese, il loro, il nostro, che è unico e per cui vale la pena a oltre 90 anni di età fare una colletta per affrontare il viaggio e tornare. Anche solo per un giorno.
La storia si sta ripetendo. Ma lo spirito, quello, è un’altra cosa. (b.c.)
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