Electrolux e l’ecatombe silenziosa delle piccole imprese che ha preceduto la crisi
Il Nordest non deve scegliere tra nostalgia industriale e rassegnazione post industriale. Deve scegliere il realismo: salvaguardare le competenze e costruire il dopo, invece di consumare tutta l’energia nell’indignazione

La crisi di Electrolux nel Nordest riporta al centro una questione scomoda. Non tutte le produzioni mature possono restare in economie ad alto costo. Possiamo indignarci, convocare tavoli, chiedere responsabilità alle multinazionali, negoziare ammortizzatori e tempi di uscita. Tutto questo serve, perché in gioco ci sono lavoratori e famiglie. Ma non cambia il punto di fondo. Quando una produzione diventa standardizzata, i margini si comprimono e una linea può essere spostata in Polonia o Asia senza modificare il prodotto, la domanda finale non può essere solo come impedirne l’uscita. La domanda vera è che cosa viene dopo.
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Electrolux non è solo il caso di una multinazionale che ridimensiona la sua presenza. È la forma visibile di una trasformazione che il Nordest conosce da anni. Migliaia di piccole imprese hanno chiuso, ridotto, venduto o perso centralità nei propri mercati. Sommate insieme, fanno una Electrolux, forse più di una. Ma siccome quella crisi si è consumata in modo disperso, una bottega alla volta, un passaggio generazionale mancato alla volta, il territorio l’ha assorbita senza riconoscerla fino in fondo. Electrolux fa rumore perché è grande. Ma il Nordest perde pezzi di manifattura matura da anni, in silenzio.
Una parte della manifattura matura europea fatica a reggere dentro economie con salari, costi energetici, standard ambientali e aspettative sociali più alti di quelli dei nuovi concorrenti. Non basta dire che siamo bravi a produrre, che gli operai sono qualificati o i fornitori flessibili. Tutto questo resta importante, ma non protegge automaticamente una produzione quando il settore entra in sovracapacità, margini compressi e competizione globale sui costi. Per anni il Nordest ha costruito la sua forza su competenze diffuse, capacità produttiva, subfornitura specializzata e cultura del lavoro. Ma ogni ciclo industriale cambia le regole del gioco. Ci sono fasi in cui conta produrre meglio e con più flessibilità. E fasi in cui il valore si sposta verso prodotto, marchio, tecnologia, dati, canali commerciali, scala e decisioni strategiche. In quelle fasi un territorio può continuare a produrre bene e diventare comunque vulnerabile.
Il punto non è solo che molte decisioni vengono prese altrove. Uno stabilimento efficiente può essere ridimensionato se nella geografia globale del gruppo quella produzione non è più centrale. Ma anche se le decisioni fossero prese qui, bisognerebbe chiedersi quali produzioni abbia senso mantenere. Difendere la manifattura non significa difendere ogni produzione esistente. Significa difendere le capacità industriali che permettono a un territorio di restare dentro il futuro.
Porcia e Susegana non sono solo luoghi produttivi. Sono pezzi di un sistema fatto di fornitori, tecnici, manutenzione, automazione, formazione e competenze accumulate. Se una produzione matura esce dal territorio, non tutto è perduto. Ma se si disperdono capacità tecniche, reti di fornitura, scuole e cultura industriale, il danno è più profondo. Per questo la domanda non può essere solo come salvare una linea. Deve diventare quali competenze possiamo trattenere, aggiornare e usare altrove. Quelle competenze possono servire in altri settori: meccatronica, automazione, efficientamento energetico, componentistica evoluta, dispositivi medicali, logistica tecnica, riconversione degli edifici, servizi alla persona. Non tutto sarà high tech. Una parte del lavoro futuro sarà fatta di tecnica applicata, cura, assistenza, manutenzione e gestione di sistemi più complessi. Ma perché questo accada non basta reagire alla singola crisi. Serve una strategia lungimirante. La riconversione industriale può essere una strada.
Qui il dibattito dovrebbe uscire dalle contrapposizioni immediate. Non convince l’idea che il mercato risolverà tutto da solo. Ma convince poco anche che basti alzare il livello dello scontro politico per impedire una chiusura. Nessuna multinazionale cambia la sua geografia produttiva perché la politica si indigna in televisione. La politica industriale non può ridursi a una gestione emergenziale quando la crisi è esplosa.
Il Nordest deve dunque evitare due errori opposti. La rassegnazione, secondo cui la perdita di manifattura matura è inevitabile. E la nostalgia, secondo cui ogni pezzo del vecchio modello può essere conservato con abbastanza volontà politica. La questione è distinguere tra produzioni da accompagnare, competenze da salvare, persone da proteggere e traiettorie da costruire. Il Nordest non deve scegliere tra nostalgia industriale e rassegnazione post industriale. Deve scegliere il realismo. Proteggere le persone senza pensare di poter congelare il passato. Salvaguardare le competenze più che ogni singola produzione. Costruire il dopo, invece di consumare tutta l’energia nell’indignazione del momento.
* coordinatore scientifico
e ** ricercatrice senior Fondazione nord est
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