«Centinaia di operai “invisibili” ridotti in schiavitù nei campi»
L’INTERVISTA
Quanti sono gli “invisibili” stranieri che lavorano nei campi della Marca?
«Nei picchi di lavoro - il periodo della vendemmia, per esempio - si arriva tranquillamente a centinaia di persone».
Chi sono, da dove vengono?
«Il reclutamento avviene con i furgoni fuori dai centri di accoglienza, nel caso di richiedenti asilo. Oppure, nel caso degli “invisibili” che non hanno ottenuto lo status di rifugiati, tramite il passaparola all’interno delle reti di connazionali. I casi più frequenti riguardano cittadini di India, Bangladesh, Afghanistan e Pakistan».
I settori più a rischio?
«Sicuramente l’agricoltura, poi la ristorazione e turismo. Un sottobosco di “fantasmi” veri e propri senza alcuna formazione dal punto di vista della sicurezza e senza alcun diritto. La sensazione è che gli infortuni intercettati dalle statistiche ufficiali siano solo una minima parte di quelli che avvengono realmente».
Perché “invisibili”?
«In molti casi si tratta di soggetti che escono dal circuito dell’accoglienza, e anche dai centri, perché la loro domanda di asilo è stata respinta. A quel punto non possono essere più assunti regolarmente, perché di fatto non esistono, dovrebbero essere tornati a casa. Finisce che anche chi aveva un posto di lavoro in regola lo perde. E arrivano i delinquenti che ti assumono in nero».
A che condizioni lavorano gli “invisibili” dell’agricoltura?
«Lavorano sempre, cioè tutti i giorni della settimana, per stipendi che vanno dai 3 ai 400 euro al mese, 500 nei casi migliori. In alcuni casi parlerei di “schiavitù” più che di caporalato. Nessuna possibilità di scelta, nessuna misura di sicurezza, nessun diritto».
E nessuno di loro denuncia queste situazioni?
«È pericoloso, in pochi lo fanno. Ma la situazione sta lentamente cambiando. Grazie al lavoro fatto con le istituzioni, ora chi denuncia può godere di una rete di protezione più ampia, con la garanzia tra le altre cose di un permesso di soggiorno temporaneo. Si è deciso di introdurre le stesse premialità pensate per chi denunciava il racket della prostituzione».
Quali sono le aziende che utilizzano questi lavoratori?
«Nel settore vinicolo di pregio i controlli sono molto più serrati, così come nell’industria. Le situazioni a rischio sono più frequenti nelle aziende di piccole dimensioni e nelle strutture alberghiero-turistiche meno conosciute». —
A.D.P.
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