Cambiamento climatico e boschi, l’esperto: «Non diventeremo la Spagna»

Giustino Mezzalira spiega come siccità e incendi stiano cambiando le foreste venete: «Meglio favorire la migrazione delle specie, senza artificializzare»

Francesco Dal Mas
Giustino Mezzalira
Giustino Mezzalira

Colline e Prealpi da rimboscare per i cambiamenti climatici che provocano siccità e incendi? «Ovviamente sì, però ci riteniamo in parte fortunati perché, a differenza di altri territori, è una vegetazione naturale quella che si è diffusa nei millenni sulle nostre alture. Altrove, nell’Europa meridionale, sono andate a fuoco pinete artificiali: di pino marittimo piantato su terreni agricoli». Il consiglio di Giustino Mezzalira, uno dei più accreditati studiosi di economia forestale del Veneto, è di usare la massima prudenza nell’artificializzare la riforestazione delle nostre alture, nal caso in cui si decidesse di farla.

Qual è il rischio?

«Il rischio più grave è, appunto, quello degli incendi. Li chiamano “mega fire” e sono difficili da contenere. Si formano addirittura dei cumulonembi, quindi dei moti verticali generati dall’incendio che portano le fiamme ad altissima quota, sopra si formano delle nuvole di vapore, tanta è l’energia in gioco e tu lì non fai più niente, cioè devi solo sgomberare il prima possibile i villaggi, le fattorie e scappare via. Si veda cosa è successo in Francia ed in Spagna».

La nostra vegetazione ne è al riparo?

«Abbiamo boschi di latifoglie, composti principalmente da alcune specie che sono molto tolleranti alla siccità, in particolare nei versanti meridionali delle Prealpi abbiamo roverella, orniello, che è un piccolo frassino, acero-campestre e tante altre specie minori, come il carpino nero, che sono molto toste».

Perché resistono molto bene alla siccità?

«Perché hanno apparati radicali molto profondi e se proprio la situazione è pesante come quest’estate, si limitano a perdere le foglie; questo fenomeno si chiama filloptosi. E chiudono in anticipo le gemme (dormienza, così si chiama quest’altro fenomeno). Non crescono più e si preparano all’anno prossimo. E le foglie, si sa, consumano acqua».

L’incendio così sarebbe sostanzialmente impossibile?

«Da noi è più difficile ma non è impossibile. Ed è generato fondamentalmente da due inneschi: il sottobosco, che è molto ricco sia di erbe che di arbusti secchi, e che è abbandonato a sé stesso, oppure il bosco che una volta era regolarmente tagliato, magari ogni 20-30 anni per fare legna da ardere, e che oggi non è più coltivato. Basta un fulmine per innescare un incendio. Oppure una qualche disattenzione umana, Quindi il problema è che questa vegetazione è ben attrezzata, ma rischia di andare in crisi se la crisi climatica continua di questo passo».

Si pone quindi la necessità di cambiare tipo di vegetazione?

«È un’opera immane e in parte ci pensa la natura. Ci dovremmo portare specie che vengono ancora più da sud. Ma ci penserà la natura. Stiamo attenti con l’artificializzazione, rischiamo grossi danni. Abbiamo visto, dalle nostre parti, che cosa sta succedendo con l’abete rosso, piantato in quei territori montani dove la guerra aveva distrutto anche i boschi».

Ma il bosco del futuro, dalle nostre parti, come sarà?

«Il bosco del futuro è il bosco che si vede adesso tirato su, in altitudine, di 3-400 metri. La pianura è caratterizzata da boschi dove domina una grande quercia che si chiama Farnia. I boschi collinari e di bassa montagna hanno una vegetazione composta, ad esempio, dal Fraxinus ornus; sono colture che sopportano il caldo, si chiamano boschi termofili e sono caratteristi dei versanti meridionali delle Prealpi e delle nostre colline. Sopra comincia la fascia del castagno, sopra ancora la fascia del faggio, dopo quella degli abeti bianchi e degli abeti rossi. E, infine, la fascia dei larici. Fino ai 2.000 metri di altezza».

Ma con il cambiamento climatico?

«Siccome le temperature si alzano e l’optimum delle diverse specie si alza noi dovremmo ad esempio sostituire i boschi artificiali di abete rosso con l’entrata del faggio e poi procedere con specie molto pioniere come il larice che di fatto si tende a usarlo nei rimboschimenti delle zone Vaia. Ma, come dicevo, lasciamo fare alla natura».

La natura da sola? Chissà in quanto tempo, mentre il clima incalza.

«I semi li porta il vento, altri semi vengono diffusi dagli uccelli. Le ghiande delle querce vengono trasferite da un uccello che si chiama ghiandaia che è un grandissimo trasferitore e lui le prende, le nasconde, le porta in giro per farsi le sue scorte. Altre specie, è vero, fanno fatica, vanno lentamente. Il faggio, per esempio, viene diffuso soprattutto dagli topolini ma i topi, si sa, non scalano 300 metri di quota. Ecco, dunque, che deve intervenire l’uomo. Ma con prudenza, attraverso la cosiddetta migrazione assistita della vegetazione forestale. Cosa che tutti stanno facendo».

Anche noi?

«Prossima domanda?».

 

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