Incendi, un’estate da dimenticare: bruciati 15 ettari in tutta la Marca

Dopo giorni di lavoro il fuoco sul bosco Mont è stato spento. I vigili del fuoco: «Quasi sempre gli incendi sono riconducibili a una colpa»

Costanza Valdina
Vigile del fuoco al lavoro per spegnere un incendio
Vigile del fuoco al lavoro per spegnere un incendio

 

Per giorni il fuoco è rimasto aggrappato alla montagna. Le fiamme che hanno disegnato nel buio il profilo del bosco Mont, sopra Miane, non si vedono più.

Resta il nero della vegetazione bruciata, il fumo che si solleva dal terreno, la cenere. E i segni lasciati dal rogo, visibili anche ora che l’incendio è spento. L’ultima scintilla si è esaurita dopo giorni di lavoro in cui, sotto la superficie, continuavano a resistere piccoli focolai.

Un’estate eccezionale

Era scoppiato l’11 agosto, in quota, e nei giorni successivi si era spostato verso la zona di Praderadego, fino al territorio bellunese di Mel. Per domarlo è stato necessario intervenire dal cielo: elicotteri della Protezione civile e Canadair hanno effettuato ripetuti lanci d’acqua sulle zone più difficili da raggiungere. Poi sono rimaste le braci, nascoste sotto la vegetazione e nel terreno. Tre giorni fa erano stati individuati due focolai residui nella parte centrale del bosco.

Per soffocarli sono serviti nuovi lanci dall’elicottero. Infine è arrivata la pioggia. L’acqua ha spento gli ultimi residui. Ora non restano che i segni sulla montagna, quindici ettari di bosco divorati dalle fiamme. Secondo i dati raccolti dal Wwf, dall’inizio dell’anno in Italia sono andati in fumo 70.000 ettari, una superficie equivalente a circa 100.000 campi da calcio. E anche per la Marca, sul fronte degli incendi, è stata un’estate eccezionale: nei boschi, nelle campagne, tra i filari, ma anche dentro o attorno alle abitazioni.

Vegetazione in fiamme

Una geografia disseminata di focolai, con sviluppi ed entità differenti, ma accomunati da un unico fattore: la vegetazione asciutta. Senza dimenticare gli effetti del cambiamento climatico, con ondate di calore e precipitazioni violente e improvvise.

A tracciare il bilancio è l’ingegner Massimo Fratti, vicecomandante dei vigili del fuoco di Treviso. «Oltre al rogo di Miane», spiega, «in queste ultime settimane sono scoppiati incendi sia nella zona del Montello che in quella di Gorgo al Monticano». Appena quattro giorni fa, durante la tempesta di saette che si è abbattuta sulla Marca, un fulmine ha centrato un cipresso secolare in viale della Rimembranza a Trevignano, proprio accanto al municipio del paese. Consumato dalle fiamme, è stato abbattuto il giorno seguente.

È quasi sempre l’uomo

«Con temperature elevate e vegetazione asciutta, anche un tizzone che in condizioni normali avrebbe una capacità di accensione ridotta può trovare terreno favorevole», prosegue, «ma è raro che un incendio sia accidentale. Quasi sempre è riconducibile a una colpa, lieve o grave. L’autocombustione resta un’eventualità poco frequente».

Non ci sono molti dubbi, ad esempio, sulla natura dolosa del rogo scoppiato il 22 luglio e nuovamente il 12 agosto, nel vigneto di via Pra da Forno a Cappella Maggiore. Le fiamme, divampate dal lato esterno dell’appezzamento, si sono propagate per un centinaio di metri distruggendo quasi una ventina di filari: circa metà del vigneto, già messo a dura prova dal caldo. Il fattore climatico, dunque, non è necessariamente l’innesco. Ma può creare le condizioni perché il fuoco attecchisca e si propaghi più facilmente. Come è avvenuto nei terreni dell’azienda vitinicola Borgoluce della famiglia Collalto, bruciati nel primo pomeriggio di Ferragosto.

«In assenza di un grado di umidità all’interno di questi materiali combustibili organici», prosegue, «la capacità di innesco è maggiore». Può bastare una disattenzione. Una brace non completamente spenta, un piccolo quantitativo di ramaglie bruciato senza le dovute precauzioni, una fonte di calore troppo vicina alla vegetazione. In condizioni normali il rischio può essere contenuto. Dopo settimane segnate da temperature eccezionali e siccità, invece, le stesse azioni possono avere conseguenze ben diverse.

Case non al sicuro

Non soltanto boschi, campagne e vigneti. Il caldo ha messo sotto pressione anche le abitazioni, dove nelle ultime settimane i vigili del fuoco hanno registrato un lieve aumento degli interventi legati a incendi e principi di incendio. In 60 giorni le richieste hanno superato ampiamente la decina, mentre negli anni precedenti erano rimaste entro quella soglia. A incidere è soprattutto il funzionamento prolungato delle apparecchiature elettriche durante le giornate più calde.

«Non solo i condizionatori in funzione per 24 ore», spiega, «ma anche i pannelli fotovoltaici, esposti allo stress dell’irraggiamento termico». E il caldo può avere conseguenze anche sulla rete elettrica, fino a provocare blackout. «Un’interruzione di corrente, da sola, non porta naturalmente allo scoppio di un incendio», conclude Fratti, «ma il ritorno dell’alimentazione, eventuali guasti o anomalie degli impianti e apparecchiature già sottoposte a un uso intenso possono richiedere particolare attenzione».

 

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