Annarosa e Fabio, l’amore vince sul cancro. Pronunciano il “Sì” alla Casa dei Gelsi

TREVISO. Ci sono giorni che equivalgono a una rinascita. Ti senti più forte di tutto il resto, anche della malattia, e ti senti pronto a compiere un grande passo. Forse il più importante: giurarsi amore eterno davanti a Dio. Per Annarosa e Fabio, 54 anni lei, 57 lui, e due amatissime figlie, il sì è arrivato tra lacrime di gioia e sorrisi alla Casa dei Gelsi dell’Advar di Treviso. Dopo 21 anni di matrimonio civile, domenica 7 giugno, la coppia è convolata a nozze. La voce energica di Annarosa per qualche istante trema ancora dall’emozione.
«Don Edy Savietto, il nostro parroco di Olmi, è stato un grande». La scelta di sposarsi con rito cattolico, maturata già da qualche tempo, durante le cure contro il tumore affrontate da Annarosa, è diventata un desiderio urgente. «Non c’era tempo da aspettare, io e mio marito ci siamo detti: e se provassimo a sposarci comunque, adesso, qui». Una decisione all’unisono suggerita dall’amore, più solida della tempesta della malattia e accettata di buon grado dalla presidente della struttura Anna Mancini Rizzotti. La vicinanza alla parrocchia, la voglia di tornare ad ascoltare le parole del Signore, sono diventate luce a illuminare il cammino.
La battaglia Nel 2011 Annarosa ha vinto un cancro al seno, restavano i controlli periodici, tutto sembrava lasciato alle spalle, ma nell’agosto del 2019 gli esami fanno intravvedere un’ombra scura, questa volta sul fegato. Sarà un percorso ancor più difficile, le preannunciano i medici, ma lei non ha alcuna intenzione di arrendersi: la chemioterapia, poi un intervento a Padova, altre terapie molto pesanti, il fisico di Annarosa sempre più debilitato. Ma lei non demorde. Dopo il ricovero in ospedale viene trasferita all’Advar. «Non sapevo come sarebbe andata a finire la mia storia, ma ho sempre cercato di vedere il lato positivo, quello che mi veniva dato piuttosto di quanto mi veniva tolto» aggiunge Annarosa.
Anche quando era troppo debilitata per parlare, impugnava la penna e scriveva per comunicare con gli infermieri e i suoi cari. Così per lei l’Advar non è stato luogo di fine, bensì un posto di rinascita. Questa parola torna spesso. «Medici, infermieri, operatori, addetti all’assistenza, fisioterapiste, ma anche le persone addette alle pulizie e le cuoche dell’Advar, che mi cucinavano i piatti che più mi piacevano, tutti, davvero tutti, si sono prodigati per farmi sentire a casa e darmi la carica di cui avevo bisogno». Un darsi forza a vicenda, sfociato in un giorno indimenticabile.
Il grande giorno La mattina di domenica 7 giugno Annarosa indossa il vestito da sposa di 21 anni prima. Le calza a pennello. Sul capo una coroncina di fiorellini azzurri, il trucco, il bouquet della stessa tonalità, qualche ramoscello di glicine in onore della stanza in cui Annnarosa alloggia. È radiosa, Fabio al suo fianco, mano nella mano, gli sguardi si incontrano, per continuare a camminare insieme. Dal 10 luglio Annarosa è tornata a casa e ora viene seguita dal team delle cure domiciliari dell’Advar. Attorno c’è sempre l’abbraccio della sua famiglia, il marito Fabio, le figlie Irene e Lucia, la madre di Annarosa, Clara, le sorelle Stefania, Graziella e Laura, i titolari e i colleghi dell’azienda per cui lavora, tanti cari amici e amiche. «Ho una famiglia favolosa e un marito che mi sta accanto in ogni momento, mi prende in braccio per salire le scale, mi accompagna a tutte le visite, lavora e aiuta in casa. È un grande».
E poi c’è una presenza forte che Annarosa sente sempre vicino: è la fede per San Leopoldo, protettore dei malati di tumore, che a Padova ha lasciato traccia del suo passaggio al convento di piazzale Santa Croce. Nel piccolo santuario lei si ferma per una preghiera dopo ogni controllo in ospedale. «Fede! Abbiate fede! Dio è medico e medicina» le parole di padre Leopoldo pronunciate sull’altare. Sorride Annarosa: «Le porto sempre con me». —
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