È trevigiano l’hacker della camorra

Secondo la Procura, il clan dei Casalesi aveva puntato gli occhi su di lui perché con pc, software e hardware ci sapeva fare sul serio. Il suo compito era quello di manomettere le schede delle slot piazzate nei locali gestiti dalla Camorra. Una “correzione” al software delle macchine che ne bloccava la comunicazione con il Monopolio di Stato. Con le slot “mute”, nessuno mai avrebbe potuto sapere quanti e quali soldi venivano giocati.
È finito anche un trevigiano di 35 anni, V.R., nel maxi processo di Napoli che vede imputate oltre cento persone. Il giovane, difeso dall’avvocato Francesco Leone, del foro di Treviso, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, truffa ai danni dello Stato e frode informatica.
Le contestazioni. Secondo la Procura di Bologna, che ha condotto le indagini, il trevigiano sarebbe stato arruolato con uno scopo ben preciso. Per gli inquirenti l’uomo è entrato in contatto con il clan dei Casalesi e con alcuni esponenti della Camorra di Casal di Principe perché in grado di svolgere un lavoro tanto illegale quanto delicato: doveva modificare le schede presenti all’interno dei dispositivi per il gioco d’azzardo, in particolare videopoker. V.R. doveva manomettere le schede montate nelle macchine che “parlano” con il Monopolio ogni volta che viene eseguita una giocata.
Un sistema di controllo telematico da parte dello Stato, per evitare abusi, riciclaggio di denaro sporco compreso, e per valutare l’effettivo “giro di affari” di ogni slot. L’imputato aveva il compito di schermare i dispositivi, creando una sorta di ponte informatico: le informazioni bypassavano il Monopolio e finivano in un altro sito.
La difesa. L’uomo, assistito dal suo legale, si difenderà nel corso del processo. In ogni caso però, è possibile che nemmeno sapesse di essere al servizio della Camorra. V.R. per la difesa è una pedina in uno scacchiere molto più ampio, in cui a tessere le fila erano le associazioni mafiose che avevano messo in piedi un sistema per frodare lo Stato e riciclare con le slot il denaro frutto di attività illecite.
La maxi inchiesta. Nel processo si sono costituiti parte civile anche il Monopolio e il Ministero delle Finanze. L'inchiesta ha raggiunto l’apice a luglio 2013: vennero eseguiti 57arresti al termine dell'operazione denominata “Rischiatutto”, che portò anche al sequestro di 450 milioni di euro. Coinvolti nell’inchiesta esponenti di spicco della Camorra: Nicola Schiavone, il figlio di "Sandokan", il padrone di Gomorra, Renato Grasso e i suoi fratelli, imprenditori diventati milionari con il gioco, appoggiati dei Casalesi. Secondo l’accusa, si tratterebbe di un vasto giro di riciclaggio di denaro sporco, “ripulito” nelle sale di gioco d’azzardo sparse per l’Italia, anche attraverso slot machine e gioco on line.
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