Pensione d'oro da 30 mila euro al mese: ne vuole indietro 96 mila di contributi, il caso a Treviso

Il tribunale respinge il ricorso di Franco Benincasa, ex direttore generale di Cassamarca che ha citato il fondo “Caccianiga”

TREVISO Non gli basta la “pensione d’oro” da oltre 30 mila al mese. Così Franco Benincasa, ex direttore generale storico di Cassamarca, abituato a percepire, secondo indiscrezioni, uno stipendio pari circa un milione di euro all’anno, ha pensato “bene” di aprire un procedimento giudiziario, che lo ha visto sconfitto nei giorni scorsi, per ottenere altri soldi in aggiunta alla sua “pensione d’oro”.

È una richiesta sicuramente inusuale quella avanzata in tribunale a Treviso nel 2014 e conclusa appunto pochi giorni fa. I suoi introiti da pensionato fanno infatti strabuzzare gli occhi ai comuni mortali: dopo lo stipendio milionario da dipendente, arrivato il momento della quiescenza, Benincasa ha iniziato a incassare dall’Inps circa 30mila euro al mese di pensione, quasi 400mila euro all’anno.

Questo dal 2004, per un totale a oggi di quasi 6 milioni di euro di pensione. Ma all’ex direttore generale restava un fastidio, che forse non lo faceva dormire la notte. Benincasa ha infatti deciso di chiedere la restituzione di tutti i contributi da lui versati al fondo integrativo “Caccianiga”, citandolo in tribunale.

Il fondo di previdenza integrativa “Gino Caccianiga”, fu istituito nel 1924 a tutela di tutti i dipendenti di Cassamarca con un meccanismo mutualistico, per assicurare un importo minimo garantito predeterminato a ogni lavoratore, in base alla posizione di ciascuno.

La somma che Benincasa ha chiesto indietro, pari a tutti i contributi da lui versati, è pari a 96mila euro, poco più di 3 mesi della sua pensione, circa un decimo di quanto invece versato dalla Banca, per tutelare la sua posizione: oltre 900mila euro. A far scattare la “molla” è stato il mancato ottenimento di alcun benefit dal fondo.

A chiarire il meccanismo di funzionamento del fondo gli avvocati Marco Zanon e Giuseppe Dussin dello Studio BM&A di Treviso, che hanno vinto la complessa causa giudiziaria, all’esito della quale Benincasa, oltre a perdere, è stato condannato a rifondere 6mila euro di spese legali alla controparte. In sostanza, come hanno evidenziato i legali, il meccanismo del fondo è simile a quello di una copertura assicurativa per il rischio che la pensione Inps sia inferiore a un importo garantito predeterminato da una formula prevista dal fondo.

In base al calcolo, l’importo minimo per Benincasa, tutelato dal fondo, risulta pari a 24mila 500 euro. Una bella pensione, ma a lui, dall’Inps, arrivano 5.500 euro mensili in più. Ecco perché, beneficiando di una cifra di gran lunga superiore al target minimo che il fondo doveva garantire, il rischio per Benincasa non si è verificato e il fondo non ha dovuto corrispondere alcuna integrazione.

Ma Benincasa non accettava la situazione: aveva versato dei “premi” (contributi) mensili al fondo, e non ne aveva ottenuto un ritorno. Da qui il processo, molto complesso, all’esito del quale il giudice del lavoro del tribunale di Treviso dott. Petro Gerardo Tozzi ha rigettato la richiesta dell’ex direttore di Cassamarca, riconoscendo il corretto operato del Fondo, stabilendo che nulla è dovuto a Benincasa. Alla base di tutto la natura aleatoria dell’indennità integrativa, che avrebbe obbligato il fondo a intervenire solo se la pensione fosse stata sotto soglia.

L’assicurato non può certo pretendere la restituzione dei premi (nel nostro caso i contributi) solo perché il rischio non si è verificato. Sarebbe come chiedere indietro i premi versati a un’assicurazione perché l’incidente non si è verificato.

A non essere per nulla aleatoria è invece l'intoccabile pensione di Benincasa, che continua e continuerà a percepire: 30mila euro al mese.

 

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