«Sanità futura? Sarà impossibile il tutto per tutti»

l’intervista
Il 23 dicembre il Servizio Sanitario Nazionale festeggerà quarant’anni. Era il 1978 quando è nata la sanità pubblica nel nostro Paese. Un modello unico al mondo, perché garantisce a tutti i cittadini l’accesso universale e gratuito alle cure mediche. Con il passare degli anni però, è cambiato il quadro d’insieme: l’Italia affonda nel suo debito pubblico, la popolazione invecchia, crescono i bisogni assistenziali dei cittadini ma calano le risorse a disposizione. «Oggi il tema non è solo economico è anche etico», sottolinea Carlo Cernetti, primario di Cardiologia a Castelfranco e Treviso, insignito pochi giorni fa del premio “Castellano dell’anno”.
Cosa sta accadendo?
«Il sistema sanitario deve darsi delle regole etiche che non sono sempre facili. Attualmente, nel nostro Paese la fruizione delle cure e dei farmaci più innovativi e costosi è garantita a tutta la popolazione e noi medici, per poter prescrivere, dobbiamo fare i piani terapeutici. Il carico amministrativo enorme ma sono indispensabili per consentire le stesse regole di equità a tutti i cittadini».
All’estero come funziona?
«Negli Stati Uniti ci si cura solo se si ha una buona assicurazione, in Germania una bambina diabetica fatica a iscriversi a una cassa mutua perché i malati “costano” e non li vogliono, vengono considerati come l’automobilista che fa parecchi incidenti e quindi la compagnia assicurativa fatica ad assicurarlo. Si arriva all’estremo in Inghilterra, dove se c’è un grande fumatore over 80 con tumore al polmone, che non ha nessuna intenzione di abbandonare le sigarette, la sanità inglese non investirà 200 mila euro per curargli il cancro. È un caso limite ma con fondo di verità».
La nostra sanità rischia di arrivare a questo punto?
«In Italia la medicina si esprime attraverso linee guida ed evidenze scientifiche, ma viviamo un momento di passaggio molto delicato. La cosa da capire è che il “tutto a tutti” non funziona più».
In che senso?
«Se domattina togliessimo alcuni Livelli essenziali di assistenza (Lea), penso ad esempio alle cure termali pagate dal nostro Servizio Sanitario, i cittadini sarebbero sul piede di guerra. Invece bisogna cambiare la prospettiva: un ricovero di dieci giorni per un infarto con intervento di angioplastica costa tra gli 80 e i 100 mila euro. Chi di noi sarebbe in grado di pagare di tasca propria? Eppure è garantito gratuitamente a tutti, e si potrebbero fare decine di altri esempi. La coperta è troppo corta per coprire tutto, meglio allora puntare sulle priorità».
Eppure i cittadini percepiscono la sanità sempre più distante.
«In Veneto le aziende sanitarie sono passate da 21 a 9, la riforma è stata imponente ma necessaria. La presenza capillare degli ospedali com’era negli anni Settanta non va più bene perché è cambiato il modo di fare sanità. Prima c’erano tanti piccoli centri che facevano terapia medica e chirurgica, ora esistono centri di elevata tecnologia, specie in campo cardiovascolare e oncologico. Oggi la rete funziona con gli ospedali spoke più periferici, che intercettano e inviano i pazienti all’hub specializzato. Il paziente si deve spostare sul territorio, lo percepisce come una scomodità, ma questo sistema ha reso le cure più efficaci, migliorato qualità e aspettativa di vita».
Qual è la percezione dei pazienti?
«Il paradosso è che prima si moriva di più ma felici, con la vicinanza della struttura e del medico. Ora, invece, si può contare su tecnologie moderne, consulti di esperti per via telematica, strutture in rete per il trattamento delle patologie più serie, ma il paziente vive tutto ciò come una mancanza di prossimità di cura».
Per questo aumentano medicina difensiva e aggressioni ospedaliere?
«Occorre superare lo scollamento con la realtà. Quando il paziente pretende di sapere più del medico io mi tolgo il camice e glielo appoggio sulle spalle. In 25 anni di lavoro non ho mai visto colleghi che si dimettevano, un tempo lavorare in ospedale era il sogno di tutti, ora tanti se ne vanno per pressione e paura».
Quale sarà il futuro del Servizio Sanitario Nazionale? «Il mio augurio di Natale è la speranza che la comunità faccia lo sforzo di recuperare il buon senso e che il sistema sanitario individui delle figure competenti, in grado di comunicare ai cittadini il profondo cambiamento in atto». —
Valentina Calzavara
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