«La pet therapy in corsia fa bene ma l’incontro va pianificato»

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I benefici della pet therapy, la terapia assistita con animali d’affezione, sono cosa risaputa. Non a caso il Ministero della Salute ha tracciato le linee guida sulle attività con “animali terapeuti” istituzionalizzando la procedura. Anche su scala locale, il modello sta prendendo piede e l’Usl 2 ha deciso di fare di più: creare un apposito percorso per l’entrata in corsia dei quattro zampe e per incentivare vaccinazione e la prima visita veterinaria per aiutare padroni anziani e indigenti. Ieri, il presidente Luca Zaia, ha annunciato di voler estendere il protocollo a tutto il Veneto. Una notizia accolta con gioia dagli amanti degli animali, che richiederà tuttavia alcuni accorgimenti. Il punto più delicato sarà stabilire quali animali hanno i requisiti per poter entrare in reparto e quali invece no. «Il provvedimento della Regione va nella direzione giusta. La sensibilità verso gli animali sta aumentando e proprio per questo serve anche una maggiore responsabilità da parte di chi se ne prende cura», sottolinea Federico Fiori, cinofilo e fondatore del team Il cane istruito che si occupa di pet therapy. Il tema cruciale è l’educazione del proprio cane. «La liberalizzazione è iniziata da anni, oggi i cani possono entrare in molti luoghi pubblici, hanno accesso alle spiagge e ora anche agli ospedali. È un segno dei tempi», aggiunge Fiori. Occorre tuttavia fare delle valutazioni mirate. La prima riguarda l’igiene dell’animale che entra in un luogo “sensibile” qual è l’ospedale, la seconda concerne, la compresenza con altri pazienti in camera che potrebbero non gradire. Problemi che avranno una facile risposta, come dimostrano i precedenti. Emblematico il caso trevigiano di Pepito, simpatico meticcio che ha avuto il permesso di entrare nella terapia intensiva del Ca’ Foncello per andare a trovare Paola, la sua amata padrona, ricoverata per una brutta emorragia cerebrale nel 2016. In quell’occasione, come in un’altra ventina di casi, i cani come Pepito vengono valutati da un veterinario, sotto il profilo della salute e comportamentale. Una volta superato il “test” si procede con la visita veterinaria e con il passaggio in toelettatura per la pulizia del pelo. Dopodiché l’incontro avviene in un ambiente dedicato, alla presenza di un familiare conduttore e del personale sanitario. Pepito si è rivelato «un antibiotico naturale» capace di incoraggiare Paola a superare la malattia. «È evidente che il momento dell’incontro tra animale e paziente va preparato nel dettaglio», sottolinea Fiori, «l’educazione del cane richiede sempre la consapevolezza del padrone a non mettere il cane a disagio, portandolo in un ambiente a cui non è abituato». Secondo l’esperto, «creare un percorso ospedaliero per l’incontro animale-paziente è una buona idea e può diventare lo spunto per lavorare di più sull’educazione cinofila». —

Valentina Calzavara

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