Addio Veneto Banca: cancellati 140 anni di storia

MONTEBELLUNA. Tre studenti liceali in tutto, 84 calzolai, un solo avvocato. I mugnai erano 14, e poi c’erano venti sensali, che oggi si chiamerebbero procuratori: di buoi, però, non di calciatori. È una manciata di numeri dal “censimento delle professioni” di quella Montebelluna. Nella sede in pieno centro della nuova Banca Mutua Popolare, fondata nell’anno 1877, i signori arrivano a cavallo.
Il braccio dell’autogrù che si arrampica, gli operai che smontano l’insegna “Veneto Banca”: se la storia è fatta dalle immagini, quella di giovedì per Montebelluna trascende la cronaca e va nell’album senza il tempo. Dopo centoquaranta anni, la città non ha più la sua banca.
Arriva Banca Intesa, questa la cronaca, e il cambio di insegne ne è solo una conseguenza meccanica. È iniziato in tutte le filiali, oltre che nella sede storica e nel centro direzionale in Feltrina. La forza e il significato sono però dirompenti: punto, a capo, pagina di 140 anni che viene girata per sempre. Si chiamava Banca Mutua Popolare, come detto, in quell’atto costitutivo firmato l’8 agosto del 1877. L’idea fu di Luigi Luzzatti: voleva creare un istituto popolare, basato sulla cooperazione individualistica. Primo presidente: Antonio Serena, filandiere. In consiglio di amministrazione c’è anche Giobatta dall’Armi, ingegnere pure lui. Personaggio chiave della storia montebellunese, darà il nome a quella piazza ma ancora ovviamente non lo sa. Capitale sociale: 21.096 lire, suddivise in azioni da 20 lire l’una. Nello statuto c’è ampio spazio all’azione dell’istituto come protagonista della beneficenza locale: è previsto che il dieci per cento degli utili venga destinato, a discrezione del cda, alla solidarietà.

Sono anni non facili, tra fame e miseria. In quell’anno, Thomas Edison effettua la prima registrazione sonora. A Milano, in piazza Duomo, si fanno i primi esperimenti di illuminazione elettrica. “Ritorno al futuro III”, tra cowboy e treni a vapore, è ambientato otto anni dopo, nel 1885, per dire. Una storia virata in seppia. La prima filiale distaccata nasce solo nel 1914, a Pederobba. Arriverà la Grande Guerra, a mettere in ginocchio ancora di più la già fragile economia del Paese, e la piccola banca si trova a fare i conti con artigiani in crisi e a sostenere soci in difficoltà. Non solo: dopo la disfatta di Caporetto, il prefetto ordina di mettere i soldi al sicuro dalla minaccia austriaca: la cassaforte viene spostata a Ferrara e la banca sospende l’attività per un po’.

La vera storia di espansione inizia nel secondo Dopoguerra, ma è solo un primo passo, un millimetro se confrontato all’accelerazione furibonda dell’era Consoli-Trinca, prima dell’implosione recente: anno 1966, fusione con Banca del Mandamento di Asolo, nasce Banca Popolare di Asolo e Montebelluna. La dimensione - e la mission - locale dura trent’anni, accompagnando il boom del distretto della calzatura sportiva, poi nel 1997 l’ulteriore grande svolta: scampato il pericolo di un’alienazione della banca (c’era già l’accordo firmato con la Sanpaolo, ironia della storia), cambia l’assetto dirigenziale e salgono alla guida Flavio Trinca, Franco Antiga e Vincenzo Consoli, capofila di una fronda clamorosa che ribalta le gerarchie in una storica assemblea al palazzetto Legrenzi. Nel 2000 nasce l’attuale Veneto Banca. I soci sono circa diecimila. In una quindicina d’anni diventeranno nove volte tanti: basterebbe questo numero come termometro dell’ubriacatura collettiva.

La crescita negli anni Duemila è impetuosa: acquisizioni in Italia (Bergamo, Puglia, Intra) e all’estero (Moldavia, Croazia), bilanci che si gonfiano in doppia cifra di anno in anno, pioggia di dividendi agli azionisti, assemblee che diventano happening, sfilate, esibizione di schei. Nel 2004 sorge il nuovo mega-centro direzionale in Feltrina, sfoggio muscolare che solo poi si dimostrerà “dopato”. La banca si compra l’aereo privato e villa Gasparini Loredan.

Una guerra di celodurismo, per dirla alla Bossi, con la Popolare di Vicenza. Tutti sono Veneto Banca, a Montebelluna: se non sei socio sei cliente, se non sei cliente hai una sorella o un cugino che ci lavora (e adesso, però, si chiede che fine farà).

Il resto è cronaca, soprattutto giudiziaria. Febbraio del 2015, in sede arriva la guardia di finanza. È come togliere il mattoncino sbagliato: viene giù tutto.
Vertici sotto indagine, sotto la banca si apre una voragine di incagli e sofferenze che diventa conti in rosso per centinaia di milioni di euro. Il valore delle azioni, quelle che «signora le compri, sono sicurissime», precipita da quaranta euro a dieci centesimi in un battito di ciglia. Per il territorio è un falò da circa sei miliardi di euro. Uno shock collettivo di impotenza e incredulità. C’è chi mette in croce Consoli (e Zonin a Vicenza), chi vede la scia chimica del «disegno romano». Il fondo Atlante è una meteora, alla fine arriva Intesa e si porta a casa tutto, per un simbolico, maledetto, minuscolo euro, prendendosi - contando anche la Popolare di Vicenza - i conti di due milioni di famiglie e l’attività di circa 200 mila imprese finanziate. Nelle cassette della posta dei clienti spunta una lettera: «Intesa Sanpaolo è una banca radicata nei territori in cui opera». Già, i territori. «Ci auguriamo di incontrarla presto e accoglierla nel nuovo Gruppo», si legge prima della firma del consigliere delegato, Carlo Messina. Veneto Banca non esiste più. Giù insegna e sipario.
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