Treviso, i due licenziati e il rodo...dentro

L’infausta stagione biancoceleste, ricca solo di disgrazie e occasioni perdute, è simboleggiata anche dal caos che c’è stato in panchina: tre allenatori in otto mesi in tutta la sua gloriosa e ultracentenaria storia il Treviso non li aveva mai avuti.
Agenore Maurizi da Roma, Gennaro Ruotolo da Caserta, Giovanni Bosi da Faenza: centro, sud e nord, si è cercata confusamente su tutto lo Stivale una soluzione che non è mai arrivata.
A bocce ferme abbiamo voluto sentire cosa dicono i due che quest’anno sono stati licenziati, nel vano tentativo di mettere in linea di galleggiamernto una barca che da subito aveva iniziato ad imbarcare acqua.
Non aspettatevi commenti sarcastici o vendette postume, frasi tipo: Visto? Il problema non era l’allenatore ma la squadra e, soprattutto, la società. Se l’hanno pensato, non l’hanno detto. Maurizi e Ruotolo: entrambi ancora sotto contratto con via Foscolo (il primo fino al 2014, il secondo termina questo giugno), caratteri agli antipodi, uno riservato, quasi timido, l’altro esuberante e irruente; difetti ne hanno pure loro ma in fondo sono due persone per bene e, soprattutto, intellettualmente oneste.
Ecco Maurizi, che svela pure qualche retroscena. «Per la verità sono ancora molto rammaricato per come è finita, non avevo mai vissuto situazioni come a Treviso. Gran parte della responsabilità è mia, ammetto di non essere mai riuscito a prendere in mano la situazione, aggiungo tuttavia che sono mancati i presupposti, non avevo vicino le persone adatte. All’inizio la dirigenza mi aveva detto che si iniziava con 8-9 under e, dopo aver pagato gli stipendi il 15 ottobre, si sarebbe fatta la squadra vera, indipendentemente dai risultati. Si sono rivelate solo garanzie verbali, io da ingenuo mi sono fidato, all’ottava giornata invece mi hanno mandato a casa. Ancor oggi convintissimo che con me e il mio staff il Treviso si sarebbe salvato, nella mia carriera ho lottato in condizioni peggiori».
E aggiunge «Mi hanno accusato di aver portato con me varie cose per mio interesse; niente di più falso, in vita mia mai fatto avere un euro a nessuna società. Io, rispetto ad altri, faccio dei progetti: il calcio non è solo partite e allenamenti, è anche sinergia con la società. A Treviso il progetto non è mai stato attuato e non ne capisco il motivo, sono stati presi giocatori a mia insaputa, da qui l’immediata frattura con Traini e le mie dimissioni presentate già a Longarone: non cerco la polemica, certamente non potevo sopportare di sentirmi dire che i cardiofrequenzimetri non servono».
Se lei fosse stato Corvezzo, avrebbe licenziato un mister che in otto gare aveva fatto due punti?
«Considerando solo i risultati, l’esonero ci sta. Ma andiamo oltre e vediamo anche che c‘è dietro e come le sei sconfitte sono maturate; perché se i giocatori, nemmeno così bravi ed esperti, sono divisi in due correnti che remano contro e i dirigenti non sanno che pesci pigliare, diventa alquanto difficile gestire certe situazioni».
Anche Gennaro Ruotolo l’ha presa con una certa filosofia. «È esperienza pure questa, eh. Ci sono stati aspetti positivi ed altri meno, che nel calcio ci stanno e ti fanno crescere: ovvio, avrei preferito che finisse in altra maniera, ho sempre lavorato con entusiasmo, con voglia di crescere e di toglierci dai guai il prima possibile».
RIflette un attimo e aggiunge: «E’ evidente che tutto si è deciso negli scontri diretti con la Tritium, sul pari del SudTirol invece non voglio nemmeno parlare. Però confermo che io e il mio staff abbiamo lavorato fra mille difficoltà per portare avanti un concetto di gioco, una mentalità, far capire insomma, specie ai giovani, come bisogna vivere in questo mondo: se non c’è amore, passione, quella forma viscerale di interpretare il calcio, che mi appartiene e che mi ha dato tante soddisfazioni, allora tutto si complica e diventa difficile».
Gennarino, dica una cosa, una sola, che non rifarebbe.
«Dirlo ora sarebbe da vili, a me piace guardare in faccia la realtà. Ero consapevole delle difficoltà a cui sarei andato incontro, che però non mi spaventano: a me piace lavorare, progredire, confrontarmi. Ecco, potessi tornare indietro accetterei l’incarico con altre condizioni: sono state dette e fatte cose poi mai mantenute, ma lasciamo perdere, il bello del calcio è anche questo, si prende atto di tutto ciò che è successo e si va avanti lo stesso, guai a fermarsi davanti alle difficoltà ed agli aspetti negativi».
«Anzi», conclude Ruotolo, «sono proprio questi che mi devono far fare dei passi avanti e favorire la mia crescita professionale."
Silvano Focarelli
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