“Toso” in ammiraglia Sky apre la strada a Froome

Paragone calcistico: come smettere di giocare con la Roma per fare il ds in Juve Prossima missione: far emergere il grande talento del trentino Gianni Moscon 
RIESE. Il colpo di fulmine coincide con il Giro numero 100, la nuova carriera è invece decollata a fine luglio dal Polonia.


Sul declinare della prima metà dell’estate 2017, Matteo Tosatto è sceso dalla fida bicicletta, cui ha dedicato un’intera vila, la prima, da atleta, ed è salito sull’ammiraglia del Team Sky, la corazzata britannica che negli ultimi anni ha spadroneggiato prima con Wiggins, poi con Chris Froome e sta portando alla ribalta il giovane talentaccio trentino Gianni Moscon , ex trevigiano di casacca con la Fior.


Per Matteo Tosatto è stato come chiudere l’avventura (fosse stato calciatore) alla Roma (così si poteva definire la Tinkoff di capitan Contador) e ritrovarsi direttore sportivo… alla Juventus. Ben modo di debuttare tra i giovani tecnici della pedivella internazionale.


Il 43enne di Vallà, che aveva appeso la bici al chiodo a fine 2016, è rimasto ben poco lontano dal gruppo e Sky non s’è lasciata sfuggire l’occasione di poter inserire nei quadri tecnici un ex gregario di notevole esperienza e con grandi e fresche conoscenze del ciclismo italiano e internazionale.


Il Giro è finora terreno inviolato dagli inglesi, interpreti in passato di magre figure con Wiggins e Porte. Non è un caso, allora, se a “Toso” i boss della corazzata Sky abbiano affidato la campagna d’Italia di Froomy, che ha annunciato la partecipazione alla Corsa Rosa 2018.


A meno che una squalifica per la positività al salbutamolo evidenziata all’ultima Vuelta, secondo grande giro vinto nel 2017 dopo il Tour, non costringa Chris a una forzosa fermata ai box.


Matteo, come ha visto Froome nel ritiro di dicembre a Maiorca?


«Tranquillo e, al tempo stesso, un po’ preoccupato. Dice di non aver fatto nulla di male, che è sempre stato nelle regole e il Ventolin non è certo cosa nuova. In quei giorni, non stava bene. Aveva la bronchite e prendeva l’antibiotico. Saprà difendersi, speriamo l’iter sia veloce. Per tutti, per lui e il sistema nel suo complesso».


Non dovessero essergli comminate sanzioni, il programma 2018 del keniano bianco prevede molta Italia.


Ha già chiesto qualche consiglio?


«Intanto lo seguirò in ammiraglia per Tirreno, Tour of the Alpes e Giro. Ho smesso di correre da poco, conosco i percorsi e posso dare una mano con la lingua. Un po’ come accadeva con la Tinkoff, quand'ero gregario di Contador: gli facevo da bussola per le corse italiane».


Che Giro sarà?


«Tosto, subito impegnativo. Un prologo tecnico in Israele, già in Sicilia le prime asperità. Lo ritengo aperto, per passisti scalatori e non solo. Bisogna andare forte in salita e difendersi a crono. L’ultima settimana farà male. Non mi stupirei che, come nel 2017, si arrivasse al penultimo giorno, senza avere ancora certezza del vincitore».


Calendario?


«Sarò a Maiorca per la seconda parte del ritiro, dal 12 al 18 gennaio. Poi Vuelta Valenciana e Abu Dhabi. Dopo la Tirreno, avrò Sanremo e Coppi&Bartali. La prima metà della stagione terminerà al Tricolore, poi si vedrà».


Come s’è calato nel ruolo di direttore sportivo?


«Mi piace, bello impegnativo. A Sky ho trovato un gruppo molto organizzato, attento ai più piccoli dettagli. C’è armonia, un’efficace sinergia con lo staff. Ciascuno può dire la sua, s’ascoltano le idee di tutti per trovare una soluzione a tutto».


Che qualità deve avere un diesse e in quali aspetti ritiene di doversi migliorare?


«I primi mesi li ho affrontati con lo spirito del corridore, quell’adrenalina che credo avvertirò anche nei prossimi 20 anni. Ma non basta. Devi mostrarti superiore all’atleta, porti su uno scalino più alto. Devi essere più preparato. Riassumendo: studiare ancora meglio il tracciato, analizzare la corsa e i favoriti. Sapere individuare la strategia idonea. Aver smesso da poco, mi garantisce memoria fresca sugli avversari. Posso percepire i movimenti delle squadre, comprendere un attimo prima cosa potrebbe succedere».


Com’è stato ritrovarsi a lavorare per un team che, fino all’altro ieri, era fra i principali “nemici”?


«Era l’avversario numero uno, la grande squadra di riferimento. Ma sono stati bravi a farmi sentire subito parte del gruppo».


Gianni Moscon ha fatto quinto alla Roubaix e terzo al Lombardia, un patrimonio del nostro ciclismo che però è finito pure al centro di situazioni controverse: come lo valuta?


«Ora deve fare un ulteriore salto di qualità. È corridore completo: forte a crono e sul pavé, bene in salita e nelle corse dure. Nei prossimi tre anni può puntare alle classiche, ma in prospettiva è da grandi giri. Nella sua testa l’idea c’è già, magari gli occorrono ancora 3-4 stagioni per prendere le misure. Potrebbe cominciare da una Tirreno, poi lo vedo più da Tour che Giro. In Italia le salite sono più dure, in Francia può far leva sull’abilità a cronometro e nel salvarsi dal vento».


Moscon ha voluto come compagno Leonardo Basso, amico dai tempi della Zalf: che impressione le ha dato il neopro’ di Asolo?


«Bell’atleta, umile e rispettoso. Mi ricorda un po’ Manuele Boaro, spero faccia lo stesso percorso».


Franco Pellizotti compirà presto 40 anni: l’ha scalzata fra i “vecchietti” del gruppo.


«La scorsa stagione è andato fortissimo. Il più forte della Bahrain dopo Vincenzo Nibali. Se fai vita da atleta, riesci nel tuo lavoro anche a 40 anni».


Le assale mai la nostalgia per la bici?


«Pensavo peggio. Di certo non in questo periodo, quando di solito cercavi di andare al caldo per sfuggire al freddo. È una ruota che gira, comunque qualche uscita me la concedo tuttora. Due-tre ore al massimo, quando però il tempo è bello. Più l’esigenza di tenermi in forma che nostalgia».


Mattia Toffoletto


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