Si è spento Gianni Giomo Stella della pallacanestro

TREVISO. Gianni è andato a trovare lassù quel mattacchione del fratello Attilio, il Pierino che lo aspettava da due anni e mezzo per riprendere a scherzare e raccontar barzellette; o magari tra le nuvole avrà trovato qualche campetto per fare due tiri o insegnare qualche movimento. Noi invece quaggiù ci sentiamo tutti maledettamente più soli e tristi. Perché non c’è più una stella della pallacanestro trevigiana ed italiana: Gianni Augusto Giomo è spirato ieri alle 8.15 al Ca’ Foncello, dov’era ricoverato dal 14 dicembre. Un grandissimo di questo sport, da giocatore ed allenatore. Povero Gianni, la sfortuna non gli ha mai dato un po’ di tregua, stava molto male e negli ultimi tempi ne aveva passate di ogni colore (era diabetico, poi infarto, ischemia, polmonite), da giocatore era spesso afflitto da mal di schiena. Prima di essere ricoverato girava spesso alla Ghirada, voleva respirare ancora aria di uno sport sempre più diverso dal suo ma del quale era rimasto irrimediabilmente innamorato. Fu fulgida stella di quella pallacanestro che oggi a rivederla nei filmati in bianco e nero sembra antidiluviana, giocata a ritmi molto più bassi, in canottiera e calzoncini cortissimi. Ma ben più ricca di classe, di talento, di passione, di arte cestistica. Gianni Augusto, uno dei giocatori più intelligenti degli anni ’60: mentre il fratello Giorgio, di 9 anni più giovane, iniziava a furoreggiare alle scarpette rosse in cui anch’egli aveva cominciato, lui terminava la carriera al PalaAzzarita bolognese (il cui mitico custode, Amato Andalò, s’è spento il giorno prima di lui), sponda Virtus, maglia numero 4 ma mai bianconera: prima Knorr (giallo verde) poi Candy (rosso-azzurra). 1.86, già alto in quegli anni per essere playmaker anzi, come si diceva, regista. Regista purissimo, vero direttore d’orchestra: discreto tiro (647 punti in 131 presenze), bel difensore, inventava assist geniali, passaggi illuminanti, lo chiamavano "l’uomo della luce". A Bologna il suo grande rivale era un compagno di squadra, Gianfranco "Dado" Lombardi: i due cordialmente si detestavano, caratteri troppo diversi, fra i tifosi nacquero addirittura due fazioni, i giomiani ed i lombardiani: Gianni il trevigiano un po’ chiuso, bravo sui libri (due lauree), sempre concentrato, l’altro, livornese, gran tiratore, guascone e compagnone. Gianni che studiava da coach già mentre giocava: ai ragazzini della Virtus aveva insegnato la zona press, nel ’66 andò a Roma ad abbeverarsi da Lou Carnesecca, uno dei guru americani. E da allenatore introdusse nuovi metodi, anche la musica orientale in palestra, diventando poi mental coach. «Per me era un ricercatore» lo ricorda il suo unico figlio, Nicola, 51 anni «a Montebelluna introdusse lo stretching, portò novità di psicomotricità». In azzurro visse due Olimpiadi, ma sempre e colpevolmente dimenticato dalla Hall of Fame. Andrea Gracis, attuale diesse di Tvb, da atleta dello stesso ruolo, considera Giomo il suo mentore: «L’ho conosciuto tramite mio fratello Paolo che è stato suo giocatore, a me ha dato tanto e lo piango come sportivo e come uomo. Gianni ha segnato la mia carriera: allenatore geniale, con intuizioni e qualità ben oltre la media, mi sono ritrovato nelle sue idee, nella curiosità che metteva in ogni cosa che faceva. Personaggio di una brillantezza unica, ci mancherà moltissimo».
Sabato l’ultimo saluto. Alle 10,15 la partenza dal Ca’ Foncello per il rito civile e la cremazione a Santa Bona.
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