Renato e la mastèa: quando il rugby viaggiavain pullman e con il treno

Il salto dalla palla ovale naif che conquistò il tricolore
nel 1955 a oggi. Lo racconta l'ex massaggiatore Stefani
PRIMO SCUDETTO. A destra la Faema che conquistò lo scudetto 1954-55 Accanto, Stefani fa le capriole dopo la partita decisiva contro il Rovigo
PRIMO SCUDETTO. A destra la Faema che conquistò lo scudetto 1954-55 Accanto, Stefani fa le capriole dopo la partita decisiva contro il Rovigo

«E' successo qualche giorno fa: uno mi ha battuto sulla spalla e mi ha chiesto: "Renato, cossa pesàvea a to mastèa?". E' stato un flash, sono tornato indietro di più di cinquant'anni e mi sono detto: quante cose sono cambiate da quei tempi, quando il rugby italiano e in particolare quello di Treviso erano agli albori? Oggi il rugby è di gran moda e Treviso ne è diventata la capitale italiana».


Renato Stefani e la sua mastèa, il secchio con cui, lui così piccolo e tozzo, correva in soccorso a giganteschi giocatori di pallaovale, sono entrati dunque nella storia.

Nel campionato 1955-56, con Renato (più mastèa) in panchina, Treviso con la maglia Faema (prima sponsorizzazione nella pallaovale) vinse anche il suo primo scudetto, provocando travasi di bile a Padova, Rovigo, Roma, L'aquila, Parma.... Quando Renato entrava in campo, con la scusa che aveva una bottiglia d'acqua al collo che lo faceva sembrare un Sanbernardo, i giocatori dicevano: «Xè qua bau-bau».


Renato, ci parli della proverbiale «mastèa».
«Era magica. Nel senso che non c'era alternativa: mastèa magica, piena di acqua magica - 15 litri - e con spugna... ultramagica. Qualsiasi cosa succedesse, quello era il rimedio universale. Una botta? Spugnata o, nel peggiore dei casi (leggi bota nea caìcia di "Pancho" Perini, ndr), con l'immersione totale dell'estremità nel secchio stesso. Anche d'inverno. Strisciata maledetta di tacchetti? Mastèa e spugna. Testata con rintronamento? Idem. Morsegàda de rècia? Ca, va sans dire».


Tutto lì?
«No, c'era anche la famosissima borsa dea spussa, così chiamata da Zucchello perchè vi si era aperta la bottiglia della canfora restandone impregnata. Assieme alla canfora c'erano rimedi ulteriori miracolosi quali: acqua ossigenata, tintura di iodio, garze e cerotti».

Che confrontati con ciò che viene messo a disposizione oggi...
«Massì, c'è un abisso, ma allora era tutto diverso e non se ne lamentava nessuno. Noi stessi eravamo diversi. Oggi c'è uno staff di 7-8 persone, medico, fisioterapista, messaggiatore e chissà cos'altro. Allora, invece, dovetti fare un corso d'urgenza per diventare ciò che già ero».


Con ordine: che significa?
«Dovetti andare a fare il corso ufficiale di massaggiatore a Firenze, sotto la stazione, per poter essere il massaggiatore della squadra di rugby. Me lo ero messo in testa perchè i giocatori venivano nella nostra trattoria di famiglia, alla Fiorentina in Corte San Parisio. Ma già massaggiavo il grande ciclista Toni Bevilacqua (veneziano ma sposato con una trevigiana, era andato a vivere in una villa a San Pelajo ndr), il pistard Antonio Maspes... fino a Giovanni Giacomini, in seguito: mi regalò la sua maglia di campione del mondo dei ciclisti dilettanti su strada. Era così convinto che gli portassi fortuna, che convinsi mia moglie, con la scusa che i fiori le piacevano tanto, ad andare in viaggio di nozze in Olanda. Dove c'erano appunto i mondiali. Alla Faema fui massaggiatore dal 1954 al 1957. Poi mi misi in privato».


Adesso il Benetton, ovvero la sua vecchia Faema, gira il mondo per la Heineken e la Celtic. Giù da un aereo e via su un altro. Una volta...?
«Una volta c'era il pulma, la corriera. Per risparmiare, noleggiavano quelle con le frecce "a braccetto", che si spingevano fuori dalla carrozzeria a mano. E quando non volevano rientrare, eravamo costretti ad abbassare il finestrino e andare a spingerle dentro. Le trasferte lunghe, come quelle di Roma, si facevano in treno. Io? Con la mastèa in mano, certo, perchè no? Nessuno se ne stupiva, allora».


Faccia capire: la discriminante chilometrica tra pullman e treno qual'era?
«Roma era nea bassa. A Milano, che sentivamo lontana ma affine, si andava in corriera. Solo che una volta, finita la partita, trovammo un nebbione che si tagliava con il coltello. Uno a turno, nei tratti più duri, doveva scendere con la torcia elettrica e fare luce davanti. Arrivammo a casa tra le cinque e le sei del mattino. Molti andarono direttamente al lavoro o a scuola».


L'intervento più disperato?
«Quello su Spangherò, che in realtà era un furlano emigrato in Francia, imparentato con i Cervi di San Paè. Era capitano della nazionale francese e qui tutti lo aspettavano in campo, ma aveva patito, prima della partita, un s-ciòco alla schéna. Me lo portarono in condizioni disperate, dissero che sarebbe bastato che scendesse in campo. Era due metri e... fischia: non ci stava neanche sul lettino dei massaggi. Ci lavorai due ore e mezzo. Alla fine non solo entrò, ma giocò addirittura mezz'ora».


Quanto ci si allenava allora?
«Allora i rugbisti studiavano o lavoravano. Nella pausa pranzo, un panino in mano, venivano al campo, che allora era ai Ferrovieri (si giocava anche al Tenni, ndr), rubando un paio d'ore. Adesso sono a un altro livello, si preparano per ore e ore. Una volta, al Tenni, a fine partita non c'era spesso acqua calda per tutti: abituati con i calciatori, che sono 11, non restava acqua abbastanza per 25 persone. I primi erano fortunati, gli ultimi talvolta finivano col lavarsi... a bestéme. Adesso i giocatori a fine gara s'immergono in acqua e ghiaccio, per fermare gli ematomi. Una volta non solo non c'era la piscinetta, ma neanche il ghiaccio. Risultato: la settimana dopo si giocava con gli ematomi da quintale. Allora c'erano anche mille spettatori, ci si trovava tutti al Centrale, giocatori e tifosi, a discutere della partita. Ma lo sport di Treviso era il Treviso calcio, che giocava in B e dava anche alcuni uomini alla nazionale. Poi sono cambiati i tempi, la tivù e le comodità hanno "asciugato" il pubblico. Ora, con gli impegni internazionali, è tornato quello di prima. Ma la mastèa non c'è più».
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