Quel talento di Raimondo Tauro che la Fidal non volle olimpico

E' stato uno degli atleti più in vista dell'atletica leggera di casa nostra: Raimondo Tauro, classe 1941, nato a Rovigno d'istria ma trevigiano d'adozione (nella Marca arrivò a 2 anni). Nel '59 volò nell'alto sopra l'1,96 guadagnandosi la convocazione nella Scuola Nazionale di Formia. Debuttò in azzurro stabilendo il record dei 2 metri nel 1960. Il pass per le Olimpiadi di Roma gli spettava di diritto, ma la Fidal decise di non portare nessun saltatore. Così Tauro passò ad infoltire le schiere degli ex atleti, trasformandosi subito in appassionato dirigente del rugby Metalcrom. Noto alla piazza per gli inni goliardici inventati al vecchio stadio di San Lazzaro, per i “funerali” del Petrarca, per le pecore portate allo stadio per un'anteprima di un Metalcrom–L'Aquila che restò nella storia. «Altri tempi – commenta – il rugby era spettacolo ed amicizia, occasione per incredibili goliardate. Ma non si può tornare indietro, il rugby è cresciuto, si è fatto grande, dominato più che dagli schemi dalla fisicità dei giocatori. Se non fai palestra e muscoli rischi di venir travolto dagli avversari. Non c'è posto per certi giocatori magri dei miei tempi. Oggi il rugby della Benetton è un rugby maturo, professionistico. Ma le radici le ha nella storia di grandi atleti che hanno vestito un tempo le nostre divise: i Troncon, i Della Valle, i Francescato. Le incomprensioni con la Federazione rendono difficile tutto,, mi auguro che Luciano Benetton non molli tutto». Dal rugby all'atletica: bei ricordi nel Gat sciolto da poco. «Ai giorni d'oggi non è facile sostenere le società come un tempo. Lo fondò. Menenio Bortolozzi, grande uomo e sportivo. Era una società piena di talenti. La nostra atletica aveva, sul finire degli anni '50, i propri punti di forza in Magalì Vettorazzo, nel velocista Meneguzzi, in Cocchetto che era astista di gran valore, lo stesso Giorgio Bortolozzi era un talento nei salti. Il Gat andò ai campionati italiani juniores e si prese addirittura il lusso di battere la Coin che era al tempo uno squadrone! Il “legno” era davvero buono... Eravamo come in una grande famiglia. Di professionismo a quei tempi neppure l'ombra. Si gareggiava per vincere e per divertirsi. Poi cominciarono ad arrivare i primi regali, i primi rimborsi spese. Mi convinsero ad andare a Bergamo e alla Pro Patria. Ma l'atletica trevigiana mi è rimasta nel cuore, come i tanti amici di quel tempo, i tanti ricordi da mettere in bacheca. Assieme ai primati: quelli sopravvivono sempre, nonostante il passar degli anni».
Prando Prandi
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