Odiete, la prima volta di un africano azzurro al Sei Nazioni

MOGLIANO. La prima volta nell’Italia senior. La prima volta di un azzurro di origini africane al Sei Nazioni. La prima volta di un giocatore del Mogliano nel torneo più prestigioso dopo il Mondiale. La prima volta di un match allo Stade de France dopo gli attentati terroristici (e sotto gli occhi dell’amico Barraud). Sensazioni forti, impagabili. Ricordi indelebili, frammenti da conservare nel segreto del cuore. Tanto clamore non ha disorientato David Odiete. Gentilezza e mitezza caratterizzano un ragazzo che non ha grilli per la testa ed evita voli pindarici. E poco importa se una distorsione alla caviglia («Mi fa piacere vedere Buondonno al mio posto. A Mogliano siamo nello stesso appartamento, ci conosciamo dai tempi dell’Accademia») gli pregiudicherà la partecipazione al prossimo incontro con l’Inghilterra.
Odiete, come ha vissuto l’esordio a Saint Denis contro la Francia?
«Non sono gioie limitate alla partita. Ho cominciato a pensarci al raduno di gennaio. Ho continuato a farlo al mio ritorno a Mogliano. E poi in allenamento prima del debutto, quando venivo provato nel XV titolare. Ho voluto arrivare concentrato per farmi trovare pronto e non coinvolto di colpo. Sono state emozioni stupende, uniche, indescrivibili. Una scarica di adrenalina».
Ha incontrato Barraud?
«Ci siamo sentiti spesso, mi ha accompagnato nell’avvicinamento al match. Poi sabato era a bordo campo, durante il riscaldamento qualche battuta l’abbiamo fatta. A Mogliano, abitando uno sopra l’altro, abbiamo condiviso tanto. Quando giochi insieme a una persona, i rapporti diventano stretti. Gli attentati a volte sembrano lontani, è quando viene coinvolto un tuo amico che te ne rendi conto di più».
Il record di primo azzurro del Mogliano al Sei Nazioni?
«È motivo di orgoglio. Ho saputo che da una vita un giocatore del club non vestiva la maglia della Nazionale maggiore. Devo ringraziare Mogliano per avermi dato la possibilità di esprimermi con continuità e serenità. Ho trovato la fiducia di cui avevo bisogno».
Lei è un nuovo italiano come le pallavoliste Diouf ed Egonu: che cosa significa essere il primo azzurro di origini africane?
«Per me è solo un dettaglio. Sono nato e cresciuto a Reggio. Le mie tradizioni sono emiliane».
Ci racconta la storia dei suoi genitori?
«Papà Victor, nigeriano, lavora nel servizio di vigilanza. Mamma Rosella, reggiana di Boretto, è contabile in un’azienda pasticciera. Mio padre era già in Italia da qualche anno, quando la conobbe a Reggio Emilia. Ho un fratello, Will, 20 anni compiuti lunedì. In Nigeria ho ancora parenti, non saprei dire nemmeno quanti. I genitori mi portarono da piccolo. I ricordi sono però sbiaditi, legati a fotografie».
Mai avuto problemi con il razzismo?
«Personalmente non l’ho mai subìto».
Malgrado il rugby, ha tempo per studiare?
«Sono iscritto a Scienze alimentari e gastronomiche. San Raffaele, Università telematica. Una passione sbocciata d’istinto, legata anche all’interesse per le materie scientifiche. In cucina me la cavo, forse perché sono uscito di casa già a 14 anni. M’ispiro alle ricette della nonna: zuppa inglese e tortelli di zucca i miei piatti forti».
L’altro segreto potrebbe essere l’atletica?
«Ho fatto velocità fino alle medie. Campionati provinciali, regionali e italiani».
La prossima sfida?
«Sto già pensando a recuperare per la Scozia».
E per il futuro?
«Diverse possibilità. Per ora resto concentrato sull’Italia e Mogliano».
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