L’orribile odissea di Da Dalto «Cancellato dall’affare Lampre»

«Voglio giustizia e non voglio essere io a pagare per tutti. Se l’inchiesta Lampre non mi avesse preso dentro, adesso starei correndo. Spero di riuscire a tornare entro l’anno». Mauro Da Dalto è un...

«Voglio giustizia e non voglio essere io a pagare per tutti. Se l’inchiesta Lampre non mi avesse preso dentro, adesso starei correndo. Spero di riuscire a tornare entro l’anno». Mauro Da Dalto è un fiume in piena. Non corre più dalla tappa del Giro di California costatagli un collasso e un’ustione di terzo grado alla natica. Brutta storia di 13 mesi fa. Poi non è più rientrato in gruppo. Aveva il contratto in scadenza e la Cannondale non l’ha rinnovato. Il team di Amadio, verosimilmente, gli avrebbe dato ancora fiducia, ma il coinvolgimento nell’affaire Lampre, complici i regolamenti interni alla squadra, gli avrebbe precluso il proseguimento dell’avventura. Almeno per ora. «Mi sono ritrovato a piedi e aspetto tuttora una chiamata», prosegue, «La disponibilità della Cannondale c’è sempre stata, con lo staff resto sempre in contatto. E se adesso non corro, c’è un solo motivo: il processo Lampre. Le tempistiche sono eterne, mi auguro emergano novità positive dalla prossima udienza. Nel frattempo, non mi resta che aspettare e sperare. Ho fatto esperienza fra i grandi e non vorrei scendere di livello: prenderei in considerazione proposte solo dal World Tour o al massimo potrei fare una stagione in una formazione Professional per rilanciarmi. Mi sono allenato seriamente fino ad aprile, ora cerco di farlo nei ritagli di tempo. Quest’anno ho lavorato come istruttore di spinning, ma da marzo ho dovuto iniziare un altro lavoro: mi dedico ai vigneti per un’azienda agricola di Fontanelle. Ho capito che trovare un ingaggio sarebbe stato difficile, mi sono guardato attorno e ho trovato un’alternativa. Almeno provvisoria. Perché non vorrei chiudere la carriera con quella maledetta tappa al California». E il pensiero va a quel giorno: «L’unico ricordo è il cartello dei meno 5 km. Un caldo mostruoso, forse non avevo recuperato dal giorno prima. Fui colpito da malore a 2 km dal traguardo, un collasso: mi ricoverarono in ospedale con oltre 42 di febbre, mi tennero sei ore in un lettino di ghiaccio e dopo otto di coma rividi la luce».

Ma i guai non erano finiti: «L’ustione alla natica sembrava più lieve. Che fosse di terzo grado, me ne resi conto dopo 40 giorni. Dovetti intervenire da solo e in breve tempo mi operarono. La bici l’avevo ripresa già il 20 giugno, ma la squadra perferì aspettare. Non era stato un banale incidente».

Mattia Toffoletto

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