I Moretti: racconto di una basket-family

TREVISO. Chissà com’è osservare un figlio ricalcare le proprie orme, riconoscersi nelle sue movenze. E chissà com’è vivere un sogno così accompagnato dall'amore di un padre che sa come guidarti: Paolo e Davide Moretti, la stessa umiltà, la stessa passione per il gioco. Allenatore di Varese in Serie A, il Paolo giocatore è stato protagonista di un'ottima ma breve carriera, fermatasi a causa della leucemia, prolungatasi abbastanza per trasmettere l'istinto cestistico a Davide: «Ricordo a Roseto: la sua faccina si infilava tra le transenne, quando mamma lo rincorreva per evitare che entrasse in campo.Aveva poco più di un anno e mezzo». Mi sono rimaste alcune istantanee -ricorda vagamente Davide- I calci che tiravo alla panchina perché desideravo l'attenzione di mio padre, l'emozione di osservarlo giocare, ammirandolo come un Dio: negli anni successivi, ho recuperato guardando le registrazioni delle sue partite e rimane uno dei miei giocatori preferiti».
Di quel periodo c'è un'intervista in Internet, un video affascinante che ritrae un padre emozionato alle prese con un figlio: «Nel basket poi ce ne sono state diverse- assicura Paolo- i Mondiali Under 17 a Dubai, perché i passi di un figlio in maglia azzurra hanno qualcosa di affascinante, il suo esordio in Serie A, lo Scudetto Under 17 a Treviso e l'ultima, forse la più forte, la gara5 con Ferentino. Fece quella prestazione dopo la morte di suo nonno: un grande segno di forza da parte sua ed un segnale divino importante». «Penso sia stata la miglior partita giocata nel mondo dei senior -conferma il play De' Longhi- è il ricordo più intenso relativo ad una partita di basket. Aver dato un contributo tanto sostanzioso in una sfida tanto rilevante,l'affetto infinito dei tifosi: quando rivedo i video di quella sera e mi emoziono».
I sentimenti sono centrali anche nell'esordio in Serie A di Davide, nella Pistoia allenata da papà Paolo: «Una sensazione strana e forte, un momento importantissimo -sottolinea il coach di Varese- Nei giorni precedenti alla gara, pensai a quella soluzione e intravidi la possibilità che Davide potesse rispondere alle mie richieste sul campo: lì presi una decisione coraggiosa. Nell'esperienza insieme a Pistoia, due volte ci scontrammo duramente a casa: allenare un figlio non è semplice, talvolta non ti accorgi del punto di vista con cui lo guardi. Allenarlo in futuro? Ora è un giocatore è fatto e finito: non vedo ostacoli». Capitava -rammenta Jr. - che mi arrabbiassi perché non capivo quando mi rimproverava in allenamento: credevo che lo facesse perché ero suo figlio o per altri motivi. Questa divergenza ci portò ad avere delle discussioni, ma oggi, a due anni di distanza, ho capito quanto errato fosse il mio modo di pensare: fu un'occasione di crescita, che ritrovo oggi anche in tutte le nuove esperienze. Semplicemente, se un allenatore mi sgrida, lo fa perché è dalla mia parte: questo è stato il più grande insegnamento appreso allora».
Oggi, le discussioni continuano, magari al telefono o a chilometri di distanza e papà Paolo continua a consigliare il suo erede: «Davide è troppo buono in campo - afferma Paolo- è un puro: lo vedo sempre picchiato e vorrei che diventasse più adulto in questo senso». «Credo sia la riflessione soprattutto di un padre, non solo di un allenatore -riflette Davide- ne parliamo spesso, ma il gioco sporco non è nella mia indole». Nel Dna, indubbiamente, non manca il talento ed anche il destino sembra aver giocato con questo piccolo fenomeno: « Davide ha qualcosa di speciale -dice l'ex Virtus e Fortitudo- è nato tra due derby di Bologna: è qualcosa di incredibile a livello di fato. Di lui mi fa impazzire la forza di volontà: non si arrende mai». Oggi Davide è Helsinki, dove domani inizierà gli Europei U.20 con la Nazionale. Primo tifoso: papà.
Mario De Zanet
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