Fratelli trevigiani di volley, i coach Zingaro coltivano talenti

Matteo, 37 anni, è il reclutatore della Trentino Marco, 34, guida Motta: è in testa alla serie B

ZERO BRANCO. Ha cominciato Matteo. D'altronde è il maggiore: già pronto, a 11 anni, ad aspettare il pullman che da Scandolara lo portava in Ghirarda. Marco, più giovane di tre anni, l'ha seguito a ruota. Cresciuti a pane e pallavolo, diventati anche avvocati e scudettati, ora allenatori, anzi, istruttori di talenti, merce sempre più preziosa. Matteo Zingaro è alla Diatec Trentino, cura il settore giovanile: è lui ad aver scoperto Lanzi e Giannelli, pedine insostituibili della Nazionale colorata d'argento a Rio. Marco Zingaro è a Motta, guida i biancoverdi che sono sorprendentemente in testa alla B. Uno con i ragazzini, l'altro con i “grandi”: due condottieri forgiati in casa, con papà Bruno e mamma Eva a “tentare” di arginare la loro innata voglia di competere. Mission impossible, o quasi. «Facevamo gara a qualsiasi cosa», racconta Matteo Zingaro, 37 anni, «per noi era super stimolante, figurarsi quando ci dicono che a far l'allenatore non si campa. Noi, invece, siamo imprenditori di noi stessi, anche se ci siamo arrivati in maniere diametralmente opposte». «Con due insegnanti di educazione fisica come genitori la strada era tracciata», riprende Marco Zingaro, 34, «con il giusto distacco, s’intenda: a ognuno la propria competenza, ci sono troppi genitori sugli spalti che insegnano a giocare. La migliore qualità, a volte, è il silenzio».

Il vivaio orogranata. Da ragazzini facevano la spola tra casa, scuola e Ghirada. Ai tempi della Sisley che spazzolava trofei, che aveva fatto del settore giovanile il proprio fiore all’occhiello. «Io avevo 11 anni ma ero nell'Under 14. Anzi, in poco tempo ne ero diventato il capitano. Dico sempre che ero al top della mia carriera», sorride Matteo. «Ho giocato in A2 per un anno, ma nessuno ci avrebbe scommesso nulla. Il talento ha varie sfaccettature, tra queste c’è anche il lavoro duro». Quello che l’ha comunque portato a vivere di volley, ma dalla panchina. Il fratello minore, invece, dopo le giovanili con la Sisley ma fatto tanta B, ma ha avuto anche la chance della vita: l’avventura con la Copra Piacenza. «Mi sembrava di essere un ragazzino che gioca con le figurine Panini. Mi hanno chiamato per far parte della rosa, ma io mi consideravo solo un giocatore da serie B. Mi sentivo a Disneyland, li guardavo in tv fino a un mese prima. Esperienza bellissima e superimpegnativa, che se non davi il 120 per cento ti esponevi ad autentiche figure di merda. Abbiamo vinto uno scudetto incredibile, portando una città in piazza. Un sogno».

Dal campo alla panca. Carriere diverse, cominciate in tempi diversi. Matteo Zingaro ha scelto Trento come percorso universitario, e poi è diventato avvocato. Il più giovane d’Italia, all’epoca. Peccato che la passione per il volley non fosse certo passata di moda. «Ho fatto allenatore e avvocato per tre anni, ma sono arrivato al punto da ritenerlo inconciliabile. Così ho rischiato, non sono fatto per il posto fisso. Sono alla Trentino da 10 anni. All’inizio ero in A1 con Silvano Prandi, facevo il “braccio”. Poi, vedi la modernità, sono stato sostituito da una macchina. Con i giovani ci si diverte di più. Allenare i miei figli? No, a loro piace il rugby». Marco Zingaro, invece, ha pure provato l’esperienza da allenatore-giocatore, a Prato («ma far due cose insieme vuol dire far male entrambe», scherza), è passato per l’Imoco, e ora vuol cercare la propria dimensione: «Cercavo una B, una società da rilanciare. E a Motta c’è materiale per divertirsi. L’obiettivo personale rimane l’alto livello, però non a tutti i costi. Ho famiglia, bado al sodo. Senza scordare che che sono tempi duri anche per chi è in categorie prestigiose. È la famiglia il mio successo».

La nobile e la sorpresa. Due società agli antipodi: a Trento è tutto business, si vincono tricolori e mondiali; a Motta si è gioito per l’A2, ma poi un terremoto ha mandato tutto all’aria. «La Sisley di allora era la Trentino di adesso», spiega il maggiore dei fratelli-coach, «una società esplosa negli ultimi dieci anni, che ha vinto tutto. Meglio del Real Madrid, facendo un paragone calcistico. Forse anche perchè era un posto sportivamente vergine, si è potuta creare un certo tipo di cultura senza pressioni». Motta, invece, punta sui piccoli passi: «Ci stiamo riorganizzando», riprende il coach dei Leoni, «era stata centrata l’A2, ma non c’erano fondi. Quindi c’è tanto fermento, molti ci danno una mano anche se ci sono mezzi inferiori rispetto al passato. E abbiamo preso anche tante porte in faccia da chi ci chiedeva troppi soldi. Ambizioni di promozione? Non ce n’erano e non ce ne sono, vogliamo solo migliorare».

La ricerca del fenomeno. Il loro cavallo di battaglia però è lo stesso: lavoro, lavoro, lavoro. Sia che si tratti di giovanili o di prima squadra, come conferma il “trentino”: «Da noi non c'è pressione per il risultato, il lavoro è impostato per il lungo periodo, per arrivare a formare ragazzi da lanciare in serie A. La pallavolo è uno sport atipico, il singolo non basta per vincere: bisogna passarsi la palla tre volte, se uno dei tre sbaglia tutto diventa inutile. Cerco il talento. Che può voler dire essere alti, grossi e coordinati, ma poi si deve inserire l'allenatore, che deve insegnare il gioco, tra tecnica, tattica e matematica. Giannelli? Non è un esempio calzante, nel senso che potrebbe fare qualsiasi sport e sarebbe a livelli altissimi: è nato per competere». Lo scouting diventa fondamentale, sia per un “gigante” come la Diatec sia per una realtà completamente diversa come quella sul Livenza: «Ci sono giocatori veramente interessanti», dice il “mottense”, «possiamo allenarci molto: 4 di loro vivono qui e questo è un vero e proprio lusso per la categoria, visto che possono concedersi anche pesi e sedute mattutine».

Under o “vecchi”? Tra loro si confrontano su tante cose, in particolare sulla gestione del gruppo. Perchè un conto è aver a che fare con qualche sbarbato, che potrebbe pure montarsi la testa, altro con chi ha già vissuto di pallavolo, e magari ha fatto pure “saltare” qualche panchina. «Io alleno alla Trentino», spiega il maggiore, «quindi qui o c'è gente motivata o si va a casa: basta una brutta pagella per dire addio. Marco invece ha atleti fatti e finiti, o quasi. Nel mio caso è più facile cercare di portare l'atleta al massimo potenziale: rompo le balle per ogni pallone toccato, non sto mai zitto, ho tante pretese». «Con i grandi si è più esposti alle dinamiche del gruppo, che la squadra ti remi contro», conferma il coach di Motta, «mai lasciare per strada nessuno: ho scoperto sulla mia pelle che non bisogna concentrarsi solo sui titolari o su qualche giocatore in particolare, ma è necessario coinvolgere tutti, anche se le situazioni di gioco imporrebbero il contrario. Le regole sono fondamentali, nel volley come nella vita».

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