Da Dalto: dalle sfide in bicicletta, al trattore

L'ultima volta non arrivò nemmeno al traguardo: un collasso e un'ustione di terzo grado alla natica provocati dal grande caldo lo portarono dritto in ospedale. Giro di California, storia di 20 mesi fa. Da quel giorno maledetto, le corse sono diventate un lontano ricordo. Messo all’angolo dal processo Lampre, appiedato dai regolamenti World Tour, Mauro Da Dalto a 33 anni ha dovuto reinventare la propria vita. Una situazione kafkiana che è diventata un tormento quotidiano, perché la voglia di tornare è tanta e non c'è momento della giornata, in cui la mente non viaggi e il pensiero non lo riporti alle esperienze del Tour o della Vuelta. Mauro non si considera “ex”, ma da un anno ha cambiato mestiere: fa il contadino a Fontanelle, guida il trattore, si occupa di vigneti. «Sono tuttofare, gregario sui campi come in bici», scherza. Si alza all'alba, sgobba 12 ore al giorno, ma forse solo l'agricoltura poteva aiutarlo ad affrontare il periodo più difficile della sua vita. Un ambito che gli piace e un giorno avrebbe comunque abbracciato, ma non così presto.

Da Dalto, si considera ancora corridore?
«Certo, ci spero sempre, non so cosa darei per tornare in gruppo. Non gareggio da un anno e mezzo, ma il pensiero è tuttora lì. Avrei ancora tanto da dare al mio mondo, purtroppo mi trovo in una situazione assurda».
Si riferisce al processo di Mantova incentrato sulla Lampre, suo team dal 2009 al 2010...
«Sono a piedi al 90% per colpa di quella vicenda. Non si può smettere così, voglio decidere io quando chiudere la carriera. Non c'entro nulla, ma da cinque anni mi trovo in balìa degli eventi. Questa giustizia fa ridere, così vieni condannato con il sospetto. E non voglio la prescrizione, voglio essere giudicato. Purtroppo, complici i regolamenti, la quasi totalità dei team World Tour non può ingaggiare un corridore nelle mie condizioni. Per orgoglio, non sono sceso di categoria. Oggi valuterei anche una Professional, ma mi rimetterei in gioco solo per una proposta seria. Continuo ad allenarmi nei fine settimana, faccio l'istruttore di spinning».
Così, da un anno, i campi hanno preso il posto delle strade, il trattore della bici.
«Cominciai, quasi per scherzo, potando le mie viti e quelle di alcune aziende vicino casa. Ho trovato poi un lavoro stabile a Fontanelle, a tre chilometri da Vazzola, dove abito. Per i fratelli Basset faccio l'agricoltore a 360 gradi: dal movimento terra all’espianto e reimpianto di un vigneto. Non è da tutti, ho preso mano. Coltivano Prosecco, ma all'80% operano per conto terzi, perciò giro spesso nel Coneglianese e non solo. Comunque ho il diploma di perito agrario, questo è il mio settore. Ho corso in bici per un unico fine: inserirmi, una volta smesso, in questo mondo. L'obiettivo è stato raggiunto troppo in fretta».

Passare dalla bici al trattore: non dev'essere semplice.
«Non è proprio la stessa cosa. Un conto è fare una potatura, un altro muovere un trattore... Ma sono uomo di fatica, portaborracce dentro e fuori dal gruppo. Mi alzo alle 6.30, finisco alle 17. D'estate, mi sobbarco 14 ore. E sono ore di lavoro, una fatica diversa rispetto a un allenamento, pur tosto, di 4 ore. Mi trovo bene, anche se ho dovuto ridimensionare la mia vita».
Possiede vigneti?
«Tre ettari fra Pinot grigio, Cabernet e Prosecco. La prossima sfida sarà costruirmi una cantina. A dicembre, intanto, sistemerò un altro tassello: sposerò Claudia».
Che vino consiglia?
«Raboso. Spesso disprezzato, ma ottimo per i pasti».
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