Pantere, dieci anni fa il primo scudetto. L’ex Ortolani: «Ci abbiamo creduto»

Il 2 maggio le gialloblù festeggiano i dieci anni dalla conquista del primo tricolore. L’ex Serena Ortolani: «Il percorso condiviso in quella stagione mi è rimasto dentro»

Savina Trevisol
Serena Ortolani bacia il primo scudetto di Conegliano (foto rubin/lvf)
Serena Ortolani bacia il primo scudetto di Conegliano (foto rubin/lvf)

Opposto di esperienza e leadership silenziosa, Serena Ortolani ha attraversato le stagioni vincenti della pallavolo italiana, vestendo negli ultimi 15 anni maglie importanti come quella di Bergamo prima di arrivare, nella stagione 2015-2016, a Conegliano. Con le gialloblù conquistò proprio il primo storico scudetto del club il 2 maggio di dieci anni fa.

Serena, lei ha visto nascere il club gialloblù l’ha vista nascere: che squadra era davvero all’inizio?

«È stato un anno bellissimo, senza pressioni ma con tanta voglia di fare bene e dimostrare qualcosa».

Quando ha scelto Conegliano è stata una scommessa?

«Sì, perché non c’erano le certezze di oggi, però si percepiva che c’era un progetto vero. Non era una scelta casuale, sentivi che c’era l’idea di crescere e di costruire qualcosa nel tempo».

C’era già qualcosa di diverso rispetto ad altre realtà?

«Sì, la società. Quando una squadra gioca male non è solo colpa delle giocatrici, è tutto un sistema. Se dietro c’è un ambiente che ti fa lavorare bene, che ti mette nelle condizioni giuste, poi in campo lo senti. E lì questa cosa c’era già».

Quanto contava il gruppo in quella squadra?

«Tanto, perché non essendoci aspettative enormi eravamo molto unite. Si lavorava bene e c’era la voglia di dimostrare qualcosa tutte insieme».

Il primo scudetto quando ha iniziato davvero a prendere forma?

«Paradossalmente dopo un momento brutto. In Coppa Italia siamo state eliminate ai quarti contro Montichiari facendo una partita in cui non riusciva niente, ci siamo sentite bloccate, impotenti, perché non riuscivamo a cambiare l’inerzia».

In quel momento avete pensato che potesse finire lì?

«Sì, perché quando vivi una partita così negativa è difficile reagire subito. Ti resta addosso quella sensazione di non riuscire a incidere».

E invece cosa successe?

«Successe che tornammo in palestra e la società non ci attaccò, non cercò colpevoli. Ci disse semplicemente che aveva a fiducia in noi, che sapeva chi eravamo e che dovevamo continuare a lavorare. E noi quella fiducia l’abbiamo sentita davvero».

È stato quello il momento chiave?

«Ancora di più quello subito dopo. Alla partita successiva tutta la società era in piedi ad applaudirci prima ancora di iniziare. Io lì ho capito tutto: mi sono sentita protetta. E quando ti senti così, cambia proprio il modo in cui stai in campo».

Da lì avete avuto la percezione che potesse succedere qualcosa di grande?

«Sì, perché abbiamo iniziato a crederci davvero. Quando cambia quella testa lì, cambia tutto».

Col senno di poi, vi sentite l’inizio di questo ciclo?

«Sì, perché quel modo di lavorare è rimasto. Non è solo una questione tecnica, è proprio l’ambiente che si è creato. E quello poi è andato avanti negli anni».

Lei arrivava anche da Bergamo: quanto le è servita quell’esperienza?

«Tantissimo. A Bergamo impari cosa significa stare ad alto livello, la mentalità vincente. E sono cose che poi ti porti dietro sempre, anche quando cambi squadra».

Quella mentalità l’ha ritrovata anche a Conegliano?

«Sì, magari all’inizio in forma diversa, ma c’era la stessa voglia di crescere e migliorarsi. Poi con il tempo è diventata una certezza».

Quanto conta la continuità di un gruppo in questi cicli?

«Conta tanto, perché quando le giocatrici si conoscono e stanno bene insieme tutto diventa più semplice, anche nei momenti difficili».

Guardando la Conegliano di oggi cosa la colpisce?

«Il ritmo e la fisicità. Sono impressionanti, molto più veloci, molto più forti. Il livello si è alzato tantissimo».

Quest’anno hanno avuto anche qualche difficoltà: come le legge?

«Sono normali. Sono umane, non macchine. A volte si dimentica che dall’altra parte ci sono sempre persone».

Oggi cosa le resta di quell’anno?

«La sensazione di aver costruito qualcosa insieme. Non solo una vittoria, ma un percorso condiviso. E quella è una cosa che ti resta dentro».

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