“Ciso”, quando 700 partite non bastano «Come il vino buono. Smettere? Macchè»

Alberto Cisolla ha tagliato un traguardo incredibile in Serie A: gli esordi con Kim nel ’96, l’epopea Sisley e il ristorante a Salò  

l’intervista

Sulla sponda bresciana del Lago di Garda ha trovato una seconda casa, dopo la sua Treviso. Alberto Cisolla, “il Ciso”, viaggia verso il traguardo dei 44 anni e continua a giocare a volley; dopo un ventennio iniziato da bambino alla Ghirada coi colori orogranata della Sisley, ha giocato anche a Macerata, Roma, Latina, Vibo Valentia, Ortona, in Bahrain e, da sei anni, a Brescia, dove domenica 21 febbraio ha toccato quota 700 presenze in serie A.

Cisolla, ci avrebbe mai scommesso di arrivare ad una cifra del genere?

«Sinceramente no, anche se me le sento tutte addosso. Io non sono mai stato amante delle statistiche (non vorrei però attirarmi le ire degli scoutman), però questo traguardo fa sicuramente piacere».

Ricorda l’esordio in A1?

«Era la Supercoppa del 1996 fra Cuneo e Treviso (finì 3-1 per i piemontesi, ndr). Fu subito uno scontro al vertice, ma del resto alla Sisley gli obiettivi sono sempre stati altissimi e anche i compagni di squadra di allora aiutavano a mantenere quel livello: Bernardi, Blangé, Tofoli, Gardini, Gravina, Zwerver, Fomin».

La Sisley di quegli anni non era più una sorpresa, avendo già vinto i primi trofei con Montali, poi sostituito da Kim Ho Chul.

«È stato lui che mi ha voluto fortemente in prima squadra, andando in un certo senso contro il progetto della società, che aveva puntato sul mio coetaneo Alessandro Campanari, che era nelle giovanili con me e veniva da Frosinone. Poco prima di iniziare la stagione insistette per avermi tra i dodici; a Kim devo tutto, anche perché non è mai facile essere profeta in patria, facendosi spazio nella squadra della propria città. Mi diede fiducia, facendomi entrare nelle rotazioni».

Poi è arrivata anche la Nazionale dal 2000.

«Lì la nostra generazione ha espresso molti talenti, che magari giocavano in azzurro, ma nel club non erano nemmeno titolari. È successo anche a me e questo dice del livello qualitativo che c’era».

A Brescia c’è un altro over 40, il palleggiatore Simone Tiberti. Nei confronti dei più giovani vi sentite un po’ come erano con voi Gardini e Bernardi e gli altri “vecchi” della Sisley?

«Viviamo questo situazione in modo diverso: restiamo professionali nell’impegno e nella fatica di allenamenti e gare, ma il clima di squadra e societario è differente, con meno pressioni».

Otto giorni fa avete battuto Bergamo, per la prima sconfitta della capolista.

«Erano un po’ di anni che ci si provava, avevamo sfiorato la vittoria in Coppa Italia l’anno scorso».

Che obiettivi per la parte finale del campionato?

«È un anno strano per via del Covid: l’importante è arrivare alla fine. Credo che l’organizzazione, i protocolli e il comportamento responsabile di tutti abbiano dato buoni frutti. Abbiamo avuto un paio di asintomatici e non abbiamo rinviato nemmeno una gara, riducendo degli allenamento. Si fa solo pallavolo e casa».

A proposito di casa, come state vivendo in famiglia la pandemia?

«Nostra figlia Giorgia (che ancora in fasce veniva con mamma e nonni al Palaverde, ndr) da qualche giorno è tornata in didattica a distanza, come ha deciso la Lombardia anche per la seconda media. Per noi genitori è un dispiacere vedere i ragazzi rinchiusi in casa, senza contatti sociali; però lei è brava e molto abile con la tecnologia, molto più di noi».

Siete rimasti in contatto tra ex orogranata?

«Sì, sento spesso Samuele Papi, Alessandro Fei, Dante Boninfante, ma anche il team manager Michele De Conti e coach Michele Zanin; quegli anni hanno creato una famiglia allargata ed è lo spirito che ci è rimasto».

Ci potrebbe essere anche un Cisolla dirigente?

«Intanto non ho intenzione di smettere, di sicuro non l’anno prossimo. Però mi piacerebbe molto mettere a disposizione la mia lunga esperienza nel volley anche fuori dal campo, magari qui a Brescia o anche in Federazione con qualche squadra giovanile».

Per ora si è scoperto anche commentatore televisivo.

«Mi è piaciuta molto l’esperienza della Champions l’anno scorso con Dazn; avevo già avuto questo ruolo alle Olimpiadi di Londra, e resto a disposizione magari per Tokyo fra qualche mese».

Come per altri campioni passati per Treviso, come Riccardo Pittis, un settore in cui sta già operando è quello della ristorazione.

«Lo ha portato in dote mia moglie e gestiamo un ristorante a Salò che apre nei mesi centrali dell’anno. Abbiamo un centinaio di coperti e ora cerchiamo di capire cosa si potrà fare nelle prossime settimane: abbiamo scelto di non fare cibo da asporto e confidiamo di ripetere i numeri della scorsa estate, che ci hanno permesso un bilancio equilibrato».

Non molti sanno della sua competenza enologica.

«Il mondo dei vini mi appassiona fin da piccolo. Mia madre mi racconta che spesso mi trovava, con preoccupazione, nella cantina di casa: ero semplicemente affascinato dalle bottiglie vecchie, poi ho imparato ad apprezzarne profumi, storia e sapori».

Meglio i vini trevigiani o quelli lombardi?

«Per ogni occasione c’è il vino giusto. Come quella volta che la Sisley decise di portarci a cena da Gigetto a Miane per alzare il morale a Fomin, in quel periodo fuori forma: la domenica dopo fu il migliore in campo e da allora è nata una tradizione. Io quella sera facevo da interprete col titolare che parlava in dialetto: ci portò a vedere la cantina e rimasi folgorato, tanto che adesso ne ho una simile».

E l’Imoco?

«Mi piace moltissimo e sono contento che al Palaverde sia rimasto il volley di alto livello. Penso che abbia le capacità di vincere tutto». —



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