Casa Cipressa quando la scherma vince in famiglia

MOGLIANO. Grintosa, tenace, rapace. Precisina, orgogliosa, ambiziosa. In pedana e con le parole. Se devi intervistarla, non c'è sorpresa: di fronte hai la stessa leonessa che all'Europeo di Novi Sad ha azzannato il primo oro individuale della carriera, lasciando le avversarie senza fiato. A una settimana dai Mondiali di Bourges, Erica Cipressa racconta la sua storia. Sul divano di casa, al Quartiere Ovest di Mogliano, dialoga con papà Andrea, suo commissario tecnico.
Il fioretto come affare di famiglia. Erica, destino segnato?
«Papà mi buttò, poi è diventata la mia passione. Insegnava a Mogliano, fu il primo maestro. Cominciai a 5 anni e mezzo, ma frequento la palestra da sempre. Inizialmente era solo gioco e divertimento. Con le prime garette e i primi risultati».
La prima gara?
«Alla palestra del liceo Berto. Gara regionale, Esordienti: percorso di psicomotricità a tempo e assalti con il fioretto di plastica. Partecipai con Beatrice, la mia migliore amica. Ero molto veloce, vinsi l’uno e gli altri. Nonni e zii facevano il tifo».
Ha provato altri sport?
«Fino alle medie praticavo anche atletica e sci. Velocità, gare regionali e comunali: vincevo sui 200 e 80 metri. Salivo sul podio nelle campestri. Quando gli impegni cominciarono a sovrapporsi, feci una scelta».
La svolta?
«In terza media. Era il 2010, Tricolori Allievi a Rimini. Saltavo allenamenti per via dell’atletica, la maestra Berton temeva mi infortunassi sugli sci. E se non avessi vinto quella volta, penso mi avrebbe ammazzata. Centrai l’oro e venni convocata in settembre per un collegiale con la nazionale U20. Poi, in prima superiore, conquistai ai Mediterranei due ori individuali e l’argento a squadre. La mia prima volta con la tuta dell’Italia. Poi l'oro a squadre agli Europei Cadetti. Non era più solo passione, arrivavano anche i risultati».
La maestra Berton?
«Papà mi affidò a lei in terza elementare. La prima persona a vedermi in ospedale dopo la nascita, quasi una seconda mamma. Nella scherma, l’80% è mente. E con lei c'è un rapporto speciale».
E con il padre cittì?
«Non è stato facile. Ricordo i "commentini", già quand’era vicepresidente. All’inizio ho temuto che con il nuovo ruolo si sarebbe raggiunto l’apice. Ma ho realizzato che nella scherma non esiste raccomandazione: o vinci, o non vinci. E io ho sempre ottenuto più risultati delle coetanee».
Il mito?
«Di solito ci si ispira a una schermitrice con una tattica simile. Errigo, Di Francisca e Vezzali sono icone, ma io tiro in modo diverso. Ammiro un sacco Valentina per i risultati che ha fatto e continua a fare, Arianna per il tipo di scherma. Ma non riesco a imitarle. Ho un stile che rispecchia il carattere, la statura: sono esplosiva, sono Erica».
La scherma è un lavoro?
«Ancora non me ne rendo conto, anche se per risultati e allenamenti sono entrata nell'ottica. Specie dall'arruolamento nelle Fiamme Oro. Ma la scherma è anzitutto stile di vita. Ti fortifica e aiuta a crescere, noto la differenza con gli amici».
La scuola?
«Per carattere ho sempre cercato il massimo: scuola, studio e amicizie. Mi sono diplomata allo scientifico Berto, ma il triennio non è stato facile. Da gennaio ad aprile non c'ero mai, per fortuna i compagni mi davano una mano, ma i professori non erano collaborativi. Mai una gratificazione: pensai di cambiare scuola, l'ultimo anno è stato pesante. Sono uscita però con l'85, poi ho scelto Giurisprudenza a Treviso».
Il dramma delle ragazze dell’Erasmus a Bruxelles?
«Mi hanno sconvolto. Ma lo choc vero l’avevo avuto dopo le stragi del 13 novembre a Parigi: il venerdì sera, a gare finite, tante volte io e le compagne andiamo a ballare».
Altre passioni?
«Sono una ragazza social, seguo le fashion blogger, mi piace condividere. Qualche fotografo mi ha chiesto di posare, un amico appassionato di fotografia ci ha preso gusto».
E ora i Mondiali: carica?
«Dopo l'Europeo mi sento più matura, ho la mentalità giusta».
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