Canottaggio, a Treviso i 50 anni dell'oro olimpico di Baran, Sambo e Cipolla

Primo Baran, Renzo Sambo e Bruno Cipolla hanno vinto l’oro olimpico nel “due con” a Città del Messico sabato 19 ottobre 1968. Sambo è morto nel 2009 dopo aver guidato l’Italia paralimpica a Pechino

TREVISO. Ovomaltina e Lemonsoda. All’epoca erano delle novità assolute. Loro le avevano. Stivate nel volo Alitalia che li aveva portati a Città del Messico a inizio settembre del ’68 c’era una dispensa fornita. «Ma solo prodotti italiani», ricorda Primo, che in pizzeria ordina una bufala col grana (è vegetariano da 30 anni, «Ma il pesce, dai, lo mangio») mentre Bruno invece si rifugia in un calzone, «Dieta stretta? Proprio per niente. In più noi eravamo favoriti perchè alle 12 l’allenamento era finito, e il ristorante era tutto per noi».

«Calma, non siamo rimasti al villaggio olimpico per 40 giorni, non è mica un convento», interviene Bruno, l’altro trevigiano di questa storia. «Si poteva uscire: c’erano messicani che non vedevano l’ora di caricarti in auto. Avevamo conosciuto degli amici l’anno prima, tanto che ci siamo rivisti. Anzi, l’amicizia rischiava di costarmi carissima». Quindicenne, in giro per il mondo a guidare un “due con”. Forse troppo curioso.

«Durante le olimpiadi si percepivano 2500 lire al giorno dal Coni e 500 dalla federazione», ma Bruno, minorenne, doveva accontentarsi di molto meno. «Peccato che un giorno io e Renzo (mica ce lo siamo scordati, ndr) abbiamo deciso di uscire dal villaggio olimpico, con degli amici di Città del Messico. E siamo rientrati alle 23.30. Alla porta abbiamo trovato il segretario della federazione, Chiapparotti, che si è incazzato a mille per la nostra assenza. Risultato: due giorni di multa. Per me era una batosta, ma ce l’aveva soprattutto con Renzo, che era già un adulto. Alla fine delle Olimpiadi, guarda un po’, la multa era sparita». Una delle ultime “evasioni” dal villaggio olimpico, poi ci sarebbe stata Monaco... «In realtà eravamo andati solo a prendere un po’ di pietre preziose, dei chicharones e un po’ di dolci. In mezzo a un nugolo di mariachi».

Chissà se è vero. Anche se in questa favola nulla è lasciato al caso. Riecco Primo: «Il timoniere prima era Pietropolli, ma l’abbiamo cambiato: pesava troppo». Poveraccio, la dieta ha cambiato la vita sua, ma anche quella di Bruno. E anche Primo poteva avere una carriera decisamente diversa. «Mi piaceva la lotta grecoromana, ma ero un ciclista, anche molto promettente.

Correvo con la Tognana-Pinarello, mi avevano preparato per un anno per fare la Coppa Adriana a cronometro, poi mi hanno fermato. Ho salutato e sono passato al canottaggio, l’anno dopo ero agli Europei». Il tandem con Renzo era già collaudato. «Nel ’64 abbiamo vinto i campionati del mare a Taormina. Oreste Rizzo e il dottor Cappelletto ci contattano per passare con gli Ospedalieri: “Ci comprate un “due con?”, no, loro ci proposero la iole a due. Rifiutammo».

Poi arrivò Bruno: «All’inizio avevo un certo timore reverenziali: erano tutti e due più alti e più vecchi di me. Così in barca parlavo in italiano. E loro “qua se parla in diaeto”. Ero il timoniere, dovevo farmi sentire. Ma ci si allenava alle 6 del mattino, loro lavoravano. Io ero distrutto...». Con la Federazione tutto ok? «Ci rompevano perchè non andavamo ai collegiale, eravamo troppo forti per perdere tempo. Una volta ci minacciarono: “Se non fate le tabelle federali non vi portiamo”. Figuriamoci». «Eravamo superiori», fa Bruno, «quelle tabelle le abbiamo polverizzate. Noi avevamo il cronometro in barca, robe mai viste. L’allenatore? Non serviva, perchè c’era Carlo Biasin, un tuttofare».

Torniamo al 18 ottobre 1968: «La sera prima gli olandesi erano scatenati. Per loro queste manifestazioni erano uno sfogo vero: a Lucerna, tre mesi prima, li avevano cacciati dalla discoteca, erano talmente ubriachi che per fermarli hanno usato gli idranti. Sapevamo comunque che erano forti, abbiamo corso per “impiccarli”, cambiando la nostra tattica». Primo, e i russi? «Già scoppiati. Noi la sera prima eravamo in villaggio, davanti alla tv. Forse erano già arrivati Rita Pavone e Celentano. Certo, fino a Monaco i villaggi erano aperti. Quando sono stato a Montreal nel ’76 c’erano i mitra».

Bruno, poi c’è la gara, il 19 ottobre, con tutta quell’acqua bevuta per il peso... «L’olandese, prima del via, mi ha detto: “Mi spiace per te, ma arrivi secondo”. A fine gara, non sono andato da lui per scambiare la maglia, ma dagli statunitensi. Doppia beffa per lui, argento, prima mi aveva regalato un paio di zoccoli». Bruno fu il primo a mettere le mani in acqua.

«Era tiepida, c’era un bel sole che la scaldava». «A me l’acqua non piace nemmeno, meglio starci sopra», dice Primo. «Dopo la gara abbiamo aspettato Renzo che era all’antidoping, (e c’era anche il controllo del sesso, con due russe che sono fuggite). A pranzo ho rubato un pallone che pendeva dal soffitto. “No se puede”, mi implorò un cameriere.

L’ho portato in Italia. Ma poi avevamo i distintivi, con quelli andavi al baratto». Poi Acapulco, tequila e gran festa: «Non si lasciano dei medagliati in villaggio, meglio toglierli di torno. Così ci hanno organizzato una crociera». Che Bruno non ricorda: troppa tequila. Almeno poi si sono goduti la vittoria. «Lasciamo perdere il premio in denaro, poca roba. Il grosso fu la Fiat 500, una a testa. Peccato che Bruno fosse minorenne». «Così quando mi arrivò fui quasi costretto a venderla. Ormezzano, che lavorava per Tuttosport, lo venne a sapere, e lo scrisse. Due settimane dopo mi portarono un Ciao Piaggio. Le medaglie? Le abbiamo in casa, ma non hanno valore».

Poi quella festa clamorosa, di 50 anni fa. «Non si è esaurito tutto subito. 40 giorni dopo sono stato al Duca degli Abruzzi , qualcuno mi ha “riconosciuto” e gli studenti hanno abbandonato le aule per venire a vedere l’oro olimpico». La vita ha visto Renzo prendere il largo troppo presto, ma Bruno e Primo non sono cambiati in questi 50 anni. L’importante è non nominare mai la parola che non sopportano: canoa. 


 

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