Barraud, banlieusard che gioca a rugby e piange per Parigi

L’apertura del Mogliano ricorda l’11 settembre francese Studia cinema alla Sorbona: «Ma ora scudetto e Coppa Italia»
Aristide Barraud
Aristide Barraud

MOGLIANO. Gli attacchi terroristici di Parigi sono una ferita aperta. Le stragi alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kosher hanno sconvolto il mondo e rimarranno indelebili nel pensiero di tutti. Se sei francese, hai vissuto nella capitale e sei cresciuto nella banlieue, il dolore di questi giorni non si può nemmeno descrivere. Paure, interrogativi tremendi, ma anche la forza di rialzarsi subito e guardare avanti.

Aristide Barraud, 25enne apertura del Mogliano, rivelazione del campionato, è ragazzo di rara sensibilità e straordinaria curiosità. Le sue riflessioni sono profonde, i pensieri mai banali. Parlare con Aristide - la mamma abitava davanti a una scuola intitolata ad Aristide Briand, politico e umanista (1862-1932) che si batté per la pace - significa soffermarsi sulla drammatica attualità e scoprire il microcosmo della banlieue. Ma l'eclettico talento di Massy riesce a “rapirti” anche con la passione per il cinema e la vena di documentarista. Un rugbista sui generis, formidabile nel piazzare in campo e con le parole. La carriera sta svoltando, i sogni ovali sono (forse) dietro l'angolo.

Barraud, come ha vissuto “l'11 settembre della Francia”?

«Malissimo, come un attentato al mio cuore, alla mia persona. Così è stato per tutti i francesi. Ripenso ancora allo choc, di Charlie Ebdo ho saputo quasi subito da un'amica giornalista. Parigi è parte di me: sono cresciuto nella balieue, ma ho abitato anche vicino alla Sorbona e al Parco dei Principi. Ho parlato con la famiglia e gli amici: quei giorni Parigi era triste e irriconoscibile. Si piangeva per strada e in metropolitana».

Due milioni di persone hanno marciato domenica a Parigi contro il terrorismo: capi di stato e di governo, ma soprattutto tantissima gente : che cosa ne pensa?

«La migliore risposta possibile. Un amico italiano mi ha parlato di “seconda rivoluzione francese”. Gli eccidi sono stati un attacco al popolo di Parigi. E il popolo ha dimostrato di essere unito e di non avere paura. La strada ha un significato importante nella tradizione francese: se vai in strada, vuol dire che hai qualcosa da dire. E tre milioni in tutta la Francia hanno detto che vogliono reagire, senza cadere nella trappola della violenza e dell'intolleranza. Ma la marcia è stata anche la prova che Parigi è il mondo, una terra di emigrazione e accoglienza. Un melting pot che può vivere felicemente insieme. Sono molto orgoglioso di come ha risposto il mio popolo. La sfida dei prossimi mesi sarà ritrovare la fiducia».

Ha mai letto Charlie Ebdo?

«Certo, in famiglia l'abbiamo sempre preso. Un settimanale mitico e antirazzista. I giornalisti e vignettisti uccisi sono un esempio di umorismo intelligente: la missione è sempre stata denunciare, facendo ridere. I giornalisti sono un simbolo importante in Francia: è stato un attacco alla libertà».

Conosce Porte de Vincennes, dove c'è l'ipermercato kosher tristemente famoso per il secondo attentato?

«Ho tanti amici che avevano frequentato il vicino liceo. Sono stati giorni molto strani: quello era il mio mondo e io ero lontano».

Lei viene dalla banlieue: ci racconta la sua vita?

«Sono orgoglioso di essere “banlieusard”. Ho amici di tutti continenti, mangio halal con i musulmani e kosher con gli ebrei. La banlieue arricchisce, ti fa capire che tutti i popoli possono vivere insieme. Ma ci sono anche i problemi. Ho vissuto fino a 10 anni a Châtenay-Malabry: zona operaia e difficile, criminalità e droga. Ci siamo trasferiti così a Massy, una decina di chilometri dalla capitale. Ospita la scuola di rugby più importante del Nord della Francia. La palla ovale è un cemento sociale, gli allenatori sono educatori: si insegnano i valori del rispetto e della tolleranza, tenendo i ragazzi lontani dalla strada e dalle cattive frequentazioni».

L'universo della banlieue l'ha ispirata nei suoi studi e gusti cinematografici: quando si laurea?

«Dovrei finire in estate. Studio alla Sorbona: primi tre anni Storia, poi altri due per perfezionarmi in Estetica e Tecniche del cinema. Sto realizzando un documentario sui lavoratori della Renault a Boulogne-Billancourt durante la seconda guerra mondiale. C'è un motivo famigliare: mia nonna materna era operaia a Boulogne. Adoro il Neorealismo italiano, mi piacciono Fellini e Visconti. Ma il mio film preferito è “La traversée de Paris” con Jean Gabin».

L'abbiamo conosciuta come rugbista: gli inizi?

«Ho provato calcio e ginnastica, ma a Massy eri quasi obbligato. E poi mio padre Philippe ha giocato al Plessis-Robinson... Io a 17 anni ero nella prima squadra dello Stade Français: crescere con Parisse e i fratelli Bergamasco mi ha dato tantissimo. Ricordo un'amichevole contro Treviso: c'era pure Semenzato. Il mio idolo? Wilkinson».

È il migliore marcatore dell'Eccellenza: dove vuole portare Mogliano?

«Voglio vincere scudetto e Coppa Italia».

E a livello personale?

«Il più in alto possibile. Dipenderà da me stesso, dal lavoro quotidiano. Vedremo: sono abituato a dire che il futuro è sabato prossimo».

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso