Treviso, ciclismo. L’annus horribilis di Sacha Modolo: scaricato

L’Education First gli ha dato il benservito: «Assurdo, ho avuto guai fisici». Cercano un contratto anche Maronese e Busato

TREVISO. «Sono un po’ deluso dal mio mondo, pare tutti si siano scordati di me. Poche settimane fa ero convinto di smettere. Ora qualcosa forse si muove, ma l’amarezza resta». Sono giorni dalle sensazioni contrastanti per Sacha Modolo.

A fine ottobre la moglie Valentina lo renderà padre di una bimba, nel mentre il 2020 agonistico è però avvolto nelle nuvole. Dopo una stagione travagliata per guai fisici, l’Education First, che inizialmente gli aveva fatto intendere la riconferma, gli ha dato il benservito a metà settembre. E ora Modolo - in dicembre scade il biennale con gli americani - si ritrova a piedi.

Non l’unica vittima di un ciclismo italiano sempre più in difficoltà, mancando da troppo tempo un team World Tour. Restando nella Marca, non hanno un contratto nemmeno Marco Maronese, non confermato dalla Bardiani, e Matteo Busato, lasciato a casa dall’Androni dopo un solo anno. In attesa di capire l’evolversi della situazione, merita un approfondimento la vicenda del 32enne di San Vendemiano, tipetto capace di 47 vittorie da pro’, fra cui due tappe al Giro 2015 (quarto alla Sanremo 2010 e sesto al Fiandre 2017, ha vestito l’azzurro ai Mondiali 2011 e all’Olimpiade 2012).

Certo, Modolo non alza più le braccia dal febbraio 2018 - terza tappa dell’Andalucia - e ha chiuso il 2019 - ultimo dorsale al Piemonte - senza acuti, come gli era successo solo nel 2010, prima stagione da pro’. Ma il velocista combatte da tre anni con problemi di salute, di cui ha appreso l’esatta origine dopo l’ultima corsa rosa, interrotta anzitempo: un consulto da Giuliano Poser, il nutrizionista di Colle Umberto noto per aver avuto Leo Messi fra i pazienti, ha rilevato la presenza di cinque funghi fra stomaco e intestino. Le cure l’hanno portato sulla strada giusta, ma per ritrovare competitività, ha sempre rimarcato Modolo, sarebbe stato necessario attendere la stagione ventura.

«Se me l’avessero detto a giugno, avrei già trovato squadra», racconta lo sprinter, «pareva volessero tenermi, la squadra sapeva che sarei potuto tornare quello che ero solo nel 2020. Invece, sono a piedi… Il brutto è che si guardano i risultati e nessuno sa dei problemi fisici che ho avuto. Il team non ha mai fatto un comunicato».

Il mancato rinnovo è stato un doccia gelida, che l’ha gettato nello sconforto: «Sembra che tutti si siano dimenticati i quasi 50 successi. Eppure sono il secondo italiano plurivittorioso in attività (dopo Elia Viviani, ndr) e non l’ultimo arrivato. Ora qualcosa forse si muove (team World Tour, ndr), ma non voglio farmi illusioni. Finché non metto nero su bianco…». Il momento complicato lo porta intanto a una riflessione più generale: «Quello che mi è successo è specchio del momento critico che attraversa il ciclismo italiano.

Da anni, non abbiamo più una squadra nel World Tour. Se ti capitano una-due stagioni sfortunate, devi pregare il Signore di non finire appiedato. Una situazione che hanno già provato tanti giovani». Possibile l’ultimo dorsale sia conciso con il Piemonte? «Spero di rimanere in gruppo e poter dimostrare il mio valore. Idee per il dopo-carriera? Mi piacerebbe lavorare nel settore delle moto, vespe preferibilmente». Ora però la bici resta la priorità.

 

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso