Addio a Remigio Crema, boxeur professionista

TREVIGNANO. Quando arrivò la chiamata da Trieste, culla del pugilato italiano dell’epoca, nonché patria di miti come Nino Benvenuti e Tiberio Mitri, lui ci pensò poco, anche se gli offrivano soldi e casa: si era appena innamorato di quella che sarebbe diventata sua moglie e la madre dei suoi figli, Thomas, Manola e Moira, e poi aveva appena combattuto contro quel tal Benvenuti che gliene aveva date tante. Disse no. E lo raccontò a lungo, ai figli, dicendo: «Io ero tosto e incassatore, ma avevo le braccia corte. Ero destinato a prenderne un sacco per entrare nella guardia avversaria, così ci pensai un attimo e dissi che quella non poteva più essere la mia vita. Avevo realizzato il mio sogno, ero diventato professionista, ma mi ero stancato di prendere botte». Continuò a fare sport, dalla bici al podismo fino al calcio. Ma il sogno di Remigio Crema, peso medio, era finito lì.
È scomparso ieri, a 75 anni, dopo penosa malattia, quell’uomo sportivissimo. Ha chiuso gli occhi in una stanza d’ospedale, a Montebelluna, di fronte a quello che era stato il suo piccolo regno: il centralino dell’ospedale nel quale aveva lavorato per 25 anni guadagnandosi stima e simpatia. La ristrutturazione della sede ospedaliera gli ha fatto quest’ultimo involontario regalo: l’ultimo letto accanto al “suo” centralino.

A quel posto di telefonista c’era arrivato perché invalido di guerra: da ragazzino una bomba-trappola, di quelle gettate nei campi dagli alleati e scambiate per giocattoli dai bambini, gli era esplosa tra le mani strappandogli tre dita. Già, Crema era stato un pugile singolare: un pugile senza tre dita dentro quei guantoni che saranno posti sopra la sua bara come omaggio alla sua vita di atleta. Come “mutilatino” era stato ospite ogni estate nella colonia di Buttrio. Poi, scoperta la sua predisposizione per lotta grecoromana e pugilato, vi era rimasto per tre anni di seguito, uscendone a 17 anni già pronto per una carriera importante, Transitando per la palestra di Ponte della Priula che poi avrebbe sfornato anche Bepi Ros, diventando professionista, era passato alla scuola Treviso Ring (rinata recentemente e che certo gli renderà omaggio al funerale), facendo segnare la tappa più prestigiosa della sua carriera nell’incontro con Nino Benvenuti (1959), futuro olimpionico e campione del mondo. Di quell’incontro s’è occupato anche il libro di Ottorino Sottana “Uomini e fatti di Trevignano” e, leggendo lo score, si scopre che Remigio non perse per ko, ma ai punti. «Non mollava mai, era tosto, sempre in piedi», racconta il figlio Thomas che confessa: «Di lui ebbi sempre un certo timore, anche se è stato un padre amoroso e caro». Un marito e un padre. Non ebbe mai il rimpianto di non essere diventato un Mitri e di non aver mai sposato una miss Italia come avveniva allora ai boxeur. La sua vittoria fu la famiglia. I funerali domani alla parrocchiale di Musano, alle 15.
Antonio Frigo
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