Venezia ha un nuovo ospite: come tutelare il delfino del Canal Grande

Rispettarlo significa rallentare, tenere gli occhi aperti, ricordare che il Canal Grande in queste ore non è soltanto una via d'acqua, ma anche, temporaneamente, l'habitat di un ospite

Gianni Moriani
Il delfino avvistato nel Canal Grande
Il delfino avvistato nel Canal Grande

Il delfino avvistato giovedì 13 agosto nel Canal Grande, all'altezza di Rialto, ha lasciato dietro di sé qualcosa che va oltre la notizia del giorno. Le immagini, diffuse in poche ore sui canali social e rilanciate dallo stesso sindaco Simone Venturini con un appello alla prudenza, mostravano una scena che sembra appartenere a un'altra epoca, o forse a un futuro che ancora non sappiamo immaginare: un cetaceo che nuota là dove per secoli hanno navigato soltanto barche e gondole.

Non è chiaro se si tratti di Nane, l'esemplare che nei mesi scorsi ha frequentato a lungo il Bacino di San Marco diventando quasi un abitante aggiunto della città, o di un altro individuo: la domanda resta aperta, ma poco importa, perché è la sua presenza, non la sua identità, ad aver colpito Venezia.

Il delfino è un mammifero intelligente, un animale curioso. Di tanto in tanto emerge dall'acqua, si libra per un istante nell'aria, anche per osservare ciò che lo circonda. Lo fa con quella stessa grazia con cui i veneziani hanno fatto sorgere i loro palazzi dalla laguna, costruendo una città capace da secoli di specchiarsi nell'acqua.

Non è un'immagine casuale: Venezia nasce dall'incontro continuo tra l'elemento liquido e la forma costruita, tra ciò che scorre e ciò che rimane. Un delfino che attraversa i suoi canali sembra riproporre, a modo suo, quel dialogo originario.

E il delfino non poteva limitarsi a guardare il Bacino di San Marco. Chi vive Venezia sa che il Bacino è la soglia, l'ingresso solenne alla città. Il vero racconto comincia quando ci si inoltra nel Canal Grande: una galleria d'acqua e di pietra, con i suoi palazzi gotici e rinascimentali, le logge, i balconi e quella sequenza di facciate che si susseguono come pagine di un libro aperto.

Il suo viaggio lungo il Canal Grande ha avuto qualcosa del percorso di tanti visitatori che, in gondola, si lasciano accompagnare colpo di remo dopo colpo di remo attraverso la meraviglia veneziana. Solo che questa volta l'ospite inatteso arrivava dal mare e non aveva scelto Venezia per ammirarla, ma per attraversarla.

Sta ora a noi l'onere della cura. Rispettarlo significa rallentare, tenere gli occhi aperti, ricordare che il Canal Grande in queste ore non è soltanto una via d'acqua, ma anche, temporaneamente, l'habitat di un ospite che non ha chiesto il permesso e che proprio per questo merita ancora più attenzione. Quel "pesce volante", come qualcuno lo ha chiamato con affetto — pur trattandosi, naturalmente, di un mammifero — è diventato un'immagine capace di arricchire il racconto della città.

Venezia ha sempre saputo accogliere l'inatteso e trasformarlo in memoria. Questo delfino, chiunque esso sia, è già entrato nella piccola mitologia quotidiana della città: quella fatta di avvistamenti, video condivisi, cittadini che si fermano a guardare l'acqua e per un momento vi ritrovano qualcosa di sorprendente e vivo.

Un promemoria che la laguna, sotto la superficie delle regate e dei vaporetti, resta un ecosistema vivo: un luogo dove la natura può ancora bussare alle porte della città, questa volta con un viandante che nessuno aveva previsto.

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