Fratelli d’Italia, De Carlo in bilico. Donazzan punta su Silvio Giovine
Ancora nessuna convocazione della direzione dopo il flop elettorale. Per la leadership regionale in ascesa anche le quotazioni di Speranzon

Taci, il nemico ti ascolta. Silenziati dal diktat che proibisce le polemiche interne e bandisce (sulla carta, almeno) il correntismo, i veterani di Fratelli d’Italia riversano il malumore in chat protette e colloqui privati. Lamentano il paradiso elettorale perduto. Inveiscono contro il sortilegio leghista operato da Luca Zaia, che ha tramutato il ventilato primato della destra in un doppiaggio mortificante.
E contestano il dux veneto Luca De Carlo, imputandogli una leadership elettorale maldestra, culminata (ahi, le profezie social) nel post allusivo «tranquilli, cambierà colore presto», abbinato al Canal Grande tinteggiato di verde dai ribelli ambientalisti.
Le critiche al senatore cadorino investono più versanti: la sordità al disagio emerso nella stagione congressuale, il mancato coordinamento della campagna («Candidati allo sbaraglio, si è speso solo per un paio di fedelissimi»), l’assenza di punti programmatici qualificanti, l’estenuante tiro alla fune sulla presidenza, rivendicata confusamente e infine ceduta (da Roma, in verità) alla Lega di Alberto Stefani.
«Troppi errori, scontiamo un complesso di sudditanza, qualcuno pensava che bastasse esibire Giorgia sul palco e attendere il miracolo. Ora le responsabilità devono emergere», il j’accuse di Elena Donazzan.
In missione romana, la combattiva eurodeputata ha fatto capolino in via della Scrofa sollecitando ai “consoli” Giovanni Donzelli e Arianna Meloni lo sfratto del rivale e la promozione del suo pupillo, il deputato vicentino Silvio Giovine.
La sortita non ha avuto successo ma la poltrona del segretario traballa vistosamente. In pochi ne assumono la difesa: «È ingiusto addossargli tutte le colpe, gli altri dirigenti dov’erano e quali risultati hanno raccolto?», sbotta il veterano Filippo Ascierto, artefice di una lettera al curaro contro il notabile padovano Enoch Soranzo. In molti prevedono una successione ravvicinata («Sarà un promoveatur ut amoveatur...») e al riguardo additano Raffaele Speranzon, il parlamentare di Venezia amico del cuore della premier.
Azzoppato dalla rinuncia obtorto collo alla bandierina su Palazzo Balbi, tradito dai sondaggi della vigilia che alzavano l’asticella tricolore oltre il 30%, De Carlo oppone un no comment infastidito al cronista e trova rifugio nella nona commissione di Palazzo Madama (Industria, commercio, agricoltura, turismo) che capeggia con passione e riconosciuta competenza.
Soprattutto, evita accuratamente di convocare la direzione regionale, spegnendo sul nascere ogni discussione: «Scontiamo l’assenza totale di confronto, manca una riflessione credibile sul voto e questo complica la ripartenza. La via maestra? Reagire alla sconfitta accrescendo l’impegno al servizio dei cittadini», le parole del consigliere provinciale Luigi Sabatino, che a Cittadella fronteggia con grinta lo strapotere del Carroccio. «Servirebbe una strategia comunicativa efficace - aggiunge - la buona notizia è che in Regione abbiamo eletto un’ottima squadra: Ruzza, Borgia, Giacinti, Rucco, Bond… Amministratori capaci».
A conti fatti, FdI ha incrementato i voti e la rappresentanza istituzionale ma, a fronte delle ambizioni di partenza e degli exploit tra politiche ed europee, la circostanza non suona consolatoria. Evocato, il neo capogruppo Claudio Borgia trattiene l’amarezza e medita la rivincita: «Forse il braccio di ferro sul candidato presidente ci ha distratti dal progetto, qualcuno è stato incauto e ha dimenticato l’umiltà. Che dire, Zaia fa paura, senza lui ce la saremmo giocata ma non cerchiamo alibi, la paternità dell’insuccesso è collettiva».
Ancora: «La lezione da apprendere? Non possiamo affidarci esclusivamente al carisma di Giorgia Meloni, tradurre il suo credito politico in consenso amministrativo è compito nostro. Un nuovo segretario? La questione compete ai vertici nazionali, che so attenti alle esigenze del territorio. Io mi occupo di temi amministrativi e, da militante, prometto che in seno alla coalizione ci faremo valere».
La prudenza dell’emergente di Montebelluna non è casuale. Perché l’esame retrospettivo rivela l’impronta capitolina nelle scelte determinanti: il cedimento all’alleato salviniano a dispetto delle ambizioni locali; la discutibile composizione delle liste, imbottite di comprimari mediocri; la rigidità della catena di comando, riflesso di una cultura centralista estranea al sentiment nordista. Il cahier de doléance è servito, ma chi oserà rimbrottare donna Giorgia e la sua corte?
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