Mirko, il primo a ricevere un trapianto da donatore a cuore fermo: «Non voglio sapere chi sia»
Bernardiello, 48 anni di Rovigo, preferisce immaginare il suo «angelo» trevigiano come una figura luminosa, senza tratti riconoscibili: «La gratitudine non cambia, ma credo che l’anonimato aiuti a custodire la purezza del dono»

«C’è un angelo che mi ha donato il suo cuore. Ha ricominciato a battere dentro di me dopo essersi fermato per venti minuti. Non era mai successo. Non so dare una volto alla persona che mi ha ancorato alla vita e va bene così». Mirko Bernardinello, rodigino di 48 anni, non esita: preferisce immaginare il suo «angelo» trevigiano come una figura luminosa, senza tratti riconoscibili. Nel 2023 è stato il primo uomo al mondo a ricevere un trapianto da donatore a cuore fermo grazie all’équipe guidata dal professor Gino Gerosa della Uoc di Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedale-Università di Padova.
Quando inizia la sua storia?
«Sono nato nel 1977. A nove mesi mi hanno diagnosticato una cardiopatia congenita. Da quel momento sono iniziati controlli e visite: una quotidianità fatta di alti e bassi. Nel 1982 ho affrontato il primo intervento a cuore aperto. Da piccolo non potevo fare molte delle cose che fanno gli altri: giocare liberamente, praticare sport. Ho imparato presto a convivere con il mio limite. Durante un controllo poi mi dissero che il problema si era ripresentato. Nel 2018 mi hanno operato per sostituire le valvole dopo che il patch cardiaco che mi avevano impiantato si era staccato. All’inizio sembrava andare tutto bene, ma io continuavo a sentirmi stanco. Sempre più stanco. Alla fine, nel 2020, mi hanno inserito in lista per il trapianto. Ho aspettato tre anni».
Ha mai perso la speranza?
«A tratti. Pesavo quasi 130 chili ed era difficile trovare un cuore compatibile. Il tempo passava e io mi sentivo sempre peggio. Finché non è arrivata la svolta. Mi hanno proposto di entrare in un nuovo protocollo: il trapianto da donatore a cuore fermo. Ho sempre avuto una fiducia totale nella équipe di Padova. Il 10 maggio 2023 ho ricevuto la chiamata. Il giorno dopo ero in sala operatoria».
Qual è stato il suo primo pensiero al risveglio?
«Uno solo: ce l’ho fatta. Anche se avevo ancora il tubo in gola, nella mia testa continuavo a ripetermelo. E soprattutto pensavo che, da quel momento in poi, avrei dovuto onorare il dono ricevuto. Ancora oggi è il pensiero che mi accompagna ogni giorno. Ringrazierò sempre l’angelo che mi ha fatto questo regalo».
Vorrebbe dare un volto al donatore?
«No, preferisco non conoscere la sua identità. E non perché non sia grato, anzi: lo sarò per tutta la vita. Ma incontrare la famiglia del donatore potrebbe essere molto difficile, per loro e per me».
Perché?
«Potrei trovarmi di fronte a bambini che hanno perso il papà o la mamma. Oppure a una madre che mi chiede di ascoltare il battito del cuore di suo figlio. Sarebbero attimi troppo pesanti da sostenere. Rischierebbero di lasciare un segno indelebile e farmi sentire in colpa. So che c’è un angelo che mi ha donato il cuore e questo basta. Voglio che il suo dono resti puro».
E se un giorno qualcuno bussasse alla sua porta?
«La porta sarebbe aperta. Ma non sarò io a cercarlo. La gratitudine non cambia, ma credo che l’anonimato aiuti a custodire la purezza del dono». —
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