Cervelli in fuga e di ritorno, da Bruxelles al Veneto: due storie di italiani che hanno scelto l’estero
Giorgia Bordignon, 32 anni, originaria di Loria, vive e lavora a Bruxelles nelle istituzioni europee: «In Italia la vita che faccio qui me la sogno». Maria Sironi, 41 anni, dopo 15 anni tra Stati Uniti e Inghilterra è tornata in Italia e oggi è professoressa ordinaria all’Università di Padova

Risponde al telefono dall’aeroporto di Treviso, a un passo dall’aereo che la riporterà a Bruxelles. Vizi da expat, si potrebbe dire. Lei che, in Belgio, ha trascorso gli ultimi 7 anni dei suoi 32. «Quello di andare a vivere all’estero era il mio desiderio da quando ero studentessa», racconta Giorgia Bordignon.
Partiamo dall’inizio.
«Sono nata a Loria, in provincia di Treviso, ho frequentato le scuole a Montebelluna. E mi sono iscritta alla triennale di Scienze politiche a Padova. Con un papà sindacalista, la politica è sempre stata nell’aria a casa. Per la magistrale, invece, mi sono spostata a Firenze: Studi europei in lingua inglese».
Un chiaro indizio dei suoi desideri futuri.
«Andare all’estero era il mio obiettivo. Per questo, già all’Università avevo fatto l’Erasmus».
Incontrando le prime differenze con gli studenti stranieri?
«L’entità delle borse, che in Italia è ridicola: di tre-quattro volte inferiore rispetto a quelle garantite in altri Paesi europei. Senza i miei genitori, è un’esperienza che non avrei mai potuto fare».
Occasioni a cui ha dovuto rinunciare?
«Tre mesi nel consolato italiano a Città del Capo. Avevo vinto una borsa di studio di 300 euro al mese, che l’ateneo di Firenze aveva deciso di non integrare. Le tre mensilità non mi sarebbero bastate nemmeno a coprire il costo del volo. Non potevo chiedere altri soldi ai miei, così ho rinunciato».
Arriviamo al presente: cosa fa ora?
«Da sette anni vivo a Bruxelles. Sono arrivata qui per un tirocinio e mi sono innamorata della città. Lavoro nell’ambito delle istituzioni europee, all’interno del Comitato economico e sociale europeo, e mi occupo di politiche energetiche e ambiente. L’anno scorso ho vinto il concorso e mi auguro che nel giro di qualche mese il mio contratto, da determinato, diventi indeterminato».
Superfluo chiederle se spera di tornare in Italia.
«Al momento non ci penso proprio. Mi mancano la famiglia e gli amici. Ma a Bruxelles sto bene. È una città viva, dove è facilissimo fare nuove amicizie – ma anche perderle, perché la gente arriva e se ne va di continuo – e multiculturale. La vita che faccio qui, in Italia me la sogno».
Si riferisce al tenore di vita?
«Lavorando per le istituzioni europee, a livello di stipendio sono sicuramente molto fortunata. Ma anche i miei amici che lavorano qui nelle aziende private hanno stipendi decisamente alti. Mentre il costo degli affitti è mediamente più basso rispetto all’Italia. Si guadagna molto di più, a fronte di un costo della vita pari, se non più basso di quello italiano».
E a livello di welfare e aiuti da parte dello Stato?
«Lavorando nell’ambito pubblico, non sono aspetti che conosco. Però posso garantire che il mercato del lavoro qui è molto vivo. Quindi anche chi perde il lavoro riesce a ricollocarsi con una certa facilità e rapidità».
Com’è l’Italia vista da Bruxelles?
«Ci sono tanti italiani che ne hanno nostalgia e vorrebbero tornare indietro».
E vista dagli stranieri?
«Il Paese dove andare in ferie, il Paese del mare e del sole, ma dove ci sono tante cose che non funzionano. Non certo il luogo in cui andare a cercare un futuro, per dire. Anzi, l’Italia è vista come un Paese mediamente più povero degli altri, che non fa una grande invidia. E poi viene identificato con la sua politica».
E i suoi genitori cosa le dicono?
«Sono distante da casa, e chiaramente la nostalgia è reciproca. Però entrambi sanno che, in Italia, non sarei felice. A Bruxelles ho anche incontrato il ragazzo che poi sarebbe diventato il mio fidanzato: inglese, ma con passaporto polacco. La mia vita è a Bruxelles. E, almeno per ora, sono felice che sia così».
(Laura Berlinghieri)
Ritornare in Italia
Quella di Maria Sironi, 41 anni, lombarda d’origine, è una storia di successo di quello che potremmo definire, con espressione giornalistica, “cervello di ritorno”: rientrata in Italia dopo 15 anni di studi, ricerca e insegnamento fra Stati Uniti e Inghilterra, all’Università di Padova è diventata professoressa ordinaria al Dipartimento di scienze statistiche. La prova che si può fare carriera anche tornando in patria.

Ci racconti il suo percorso.
«Dopo la laurea triennale e magistrale a Milano, sono andata negli Stati Uniti per il dottorato. Ho poi trascorso un anno e mezzo a Oxford, nel dipartimento di Sociologia, e successivamente all’University College London, dove sono rimasta fino all’ottobre 2024».
Cosa l’ha spinta a tornare?
«I miei genitori stavano iniziando a diventare anziani e volevo riavvicinarmi alla famiglia. Poi, lavorativamente, in Inghilterra si sta molto bene, ma avevo voglia di tornare a casa, anche per la qualità dei rapporti umani e sociali. E avevo il desiderio di riportare la mia esperienza in Italia, perché puntiamo all’internazionalizzazione dell’università e volevo dare il mio contributo».
Prima l’idea di rientrare, cercando un’opportunità, o prima un’offerta di lavoro?
«Ci ho messo ben quattro anni da quando ho iniziato a cercare, a quando ci sono riuscita. Ho partecipato a diversi concorsi, a Milano, Parma e Bologna, sia da professore associato sia da ordinario. Poi l’Università di Padova ha avviato una procedura per chiamate dirette dall’estero, che mi ha permesso di rientrare nella stessa posizione che avevo a Londra, associato».
Oggi è professoressa ordinaria. Un rientro in crescita.
«Sono diventata ordinaria a maggio, grazie anche a un progetto finanziato dal Fondo italiano per la scienza, che ho vinto nel novembre 2025. Vale un milione e mezzo di euro. Il progetto ha permesso di ridurre il costo della mia promozione per l’università. È stato sicuramente un percorso di successo, ma anche fortunato».
In base alla sua esperienza, è vero che all’estero un giovane ricercatore italiano può fare carriera più velocemente?
«Devo dire che non è un luogo comune. In Inghilterra sono diventata associata nel 2018, dopo appena tre anni da ricercatrice. In Italia ci sono spesso molti anni di precariato prima di riuscire a entrare stabilmente nell’università. All’estero si danno più responsabilità ai giovani, c’è più spazio e un mercato del lavoro più aperto, soprattutto in una realtà multiculturale come Londra».
Gli stipendi sono davvero più alti all’estero?
«Decisamente sì. Adesso, grazie agli incentivi fiscali per il rientro dei ricercatori, pago l’Irpef solo sul 10% dello stipendio per un tot di anni. Eppure guadagno praticamente quanto guadagnavo in Inghilterra pagando tutte le imposte. Gli stipendi universitari italiani sono inferiori, anche se bisogna considerare che a Londra e Oxford il costo della vita è molto più alto».
Anche le relazioni professionali sono diverse?
«Credo sia soprattutto un problema strutturale. In Inghilterra le persone sono meno oberate, si insegna meno e c’è più tempo per la ricerca. Inoltre, c’è un supporto amministrativo maggiore. In Italia la burocrazia è un incubo e il personale tecnico-amministrativo, pur essendo molto valido, è troppo poco. Da quando sono rientrata mi ritrovo a fare molte attività amministrative, oltre a un carico didattico notevole, con meno tempo per la ricerca e la collaborazione con i colleghi».
Qual è il suo messaggio ai giovani che pensano di partire?
«Andare all’estero può offrire molte opportunità, ma non significa una strada senza ritorno. Ci sono possibilità di rientrare e costruire una carriera anche qui »
(Enrico Pucci)
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