Pedrocchi, violato l’“obbligo solenne” dei donatori: «Conservarlo come trovasi attualmente»

Domenico Cappellato Pedrocchi prima di morire, nel 1891, lascia lo stabilimento jappelliano «ai concittadini». L’obbligo solenne e imperativo al Comune, «conservarlo come trovasi attualmente»

Rocco Currado
Il testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi
Il testamento di Domenico Cappellato Pedrocchi

Aveva le idee chiarissime Domenico Cappellato Pedrocchi quando, il 10 giugno 1891, mise nero su bianco la sua ultima volontà. Pochi mesi prima della morte decise infatti di fissare in un testamento non solo il destino del proprio patrimonio, ma anche quello di uno dei luoghi simbolo della città.

Un documento oggi conservato gelosamente nell’Archivio generale del Comune, in una palazzina di via Sarpi. Fogli e inchiostro che resistono all’invidia del tempo. Parole nette, quasi scolpite. Un testo lungo e minuzioso, che non lascia spazio a interpretazioni. Cappellato Pedrocchi non si limita a lasciare un bene, ma consegna una responsabilità collettiva.

Molte le disposizioni, ma al primo punto c’è il caffè-monumento. Riportiamo alla lettera: «Lascio lo stabilimento, che legalmente possiedo, portante il nome di Stabilimento Pedrocchi, del quale, s’intende, fanno parte il caffè, l’offelleria con adiacenze, il casino coll’appartamento superiore, ed i locali tutti ad uso ristoratore, nonché tutto quanto esiste nel detto Caffè ed offelleria suddetti di mia ragione, eccettuato soltanto quando viene indicato nel seguito di questa mia disposizione di ultima volontà, ai miei concittadini, rappresentati dal Comune di Padova, coll’obbligo a questo di assumersi tutte le passività dirette ed indirette inerenti allo Stabilimento sopraindicato, oltre a quello che sto disponendo nei Legali e colle condizioni e riserve che seguono, e coll’obbligo altresì di devolvere le residue complessive rendite a soli scopi di Beneficienza».

Il Caffè Pedrocchi: la bellezza tradita
Paolo PossamaiPaolo Possamai

Una formula merita di essere ripetuta: «ai miei concittadini, rappresentati dal Comune». Non un lascito all’ente in sé, ma alla città intera. Alla comunità.

Tra le altre disposizioni, Cappellato Pedrocchi fa «obbligo al mio erede il Comune di Padova di unire il mio frale a quello del padre mio in un solo avello, sovrapponendovi quella iscrizione che crederà conveniente a tutta sua cura e spesa» e lascia «a tutto il personale di servizio del Caffè, offelleria e casino ₤100 per ciascheduno, compresi in questo i due vecchi cioccolatieri».

Ma è scorrendo le pagine – lo abbiamo fatto con cautela naturalmente – fino ad arrivare alla diciottesima, punto 38, che emerge il cuore autentico del testamento. È qui che Cappellato Pedrocchi fissa la clausola più impegnativa, quella che ancora oggi risuona come un monito. «Faccio obbligo solenne ed imperativo (negli stralci pubblicati online viene riportato l’aggettivo «imperituro» che non trova riscontro nel manoscritto, ndr) al Comune di Padova mio erede di conservare in perpetuo, oltre la proprietà, l’uso dello Stabilimento come trovasi attualmente», si legge nel documento, «cercando di promuovere e sviluppare tutti quei miglioramenti che verranno portati dal progresso dei tempi, mettendolo a livello di questi, e nulla trascurando, onde nel suo genere, possa mantenere il primato in Italia».

Nessuna cristallizzazione sterile, dunque.

Al contrario, l’invito esplicito a far crescere lo stabilimento, ad accompagnarlo nel progresso. Ma senza snaturarlo. Sempre nel rispetto della sua funzione e della sua identità, affinché resti il più importante del Paese.

Sono passati oltre centotrent’anni. Quel testamento non è solo un atto giuridico, chiuso nella cartellina del «dott. Antonio Bona, notajo residente in Padova». È un patto tra l’uomo e la città.

E continua a interpellare Padova, ricordandole che custodire un’eredità significa, prima di tutto, esserne all’altezza.

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