Allontanamenti il turismo degli sbandati

Eravamo già abituati al turismo dei rifiuti, a quello degli sbandati ancora no.
Avete presente quel diffuso malcostume per cui si getta l’immondizia nei cassonetti del paese vicino, per dribblare l’obbligo di fare la differenziata e risparmiare sulla tariffa?
Bene, adesso capiterà anche con gli immigrati, se passerà la linea dura della Lega Nord. Che consiste più o meno in questo, Comencini docet: non hai un lavoro? E io sindaco non ti do la residenza. Vatti a cercare la casa in un altro comune. Come se i cittadini fossero più tutelati se i delinquenti vivono a dieci chilometri di distanza.
La verità è che, da Tor di Quinto a Cittadella, stiamo assistendo a una gara fra sceriffi a chi spara per primo. La posta in gioco è la solita, quella preferita dai partiti: appuntarsi una medaglia sul petto. Riepiloghiamo i fatti. Il 30 ottobre, dopo settimane di veti della solita sinistra radicale, il governo vara timidamente cinque disegni di legge pomposamente definiti «pacchetto-sicurezza».
Dimentica però che per farli entrare in vigore ci vogliono mesi, e la gente, dopo l’estate di Gorgo al Monticano, chiede risposte immediate. Il giorno dopo, a Roma, muore Giovanna Reggiani, seviziata da un rumeno per futili motivi. Il sindaco della capitale, il nuovo leader del Pd Walter Veltroni, impone lo stralcio di una parte del pacchetto e l’emanazione di un decreto immediatamente esecutivo. Consente di espellere gli stranieri comunitari tivi di pubblica sicurezza. Anche quando non abbiano un regolare lavoro - si dice - perché si suppone che siano propensi a delinquere per vivere. Pochi fanno notare che l’allontanamento per mancanza di un impiego è fattispecie già prevista da un decreto legislativo in vigore da febbraio, in recepimento di una direttiva europea del 2004, che dispone la perdita del diritto di soggiorno per chi sia trovato sprovvisto di mezzi legali di sostentamento da più di tre mesi. Dopo di che, nessuna legge può impedire all’espulso di ritornare e magari cercarsi un nuovo lavoro, perché questo vuole la stessa Unione europea. Il decreto Prodi-Veltroni prova ad ovviare al problema obbligando il rimpatriato a consegnare un’attestazione al consolato italiano nel Paese europeo in cui viene rispedito. Nel frattempo qualche solerte prefetto (Milano, Genova, Padova e Venezia) annuncia i primi provvedimenti. Ma in tutt’Italia, della mole di espulsioni promesse, sono rarissime quelle effettivamente eseguite. Vuoi perché i prefetti ci capiscono poco - i requisiti sono troppo generici - vuoi perché le amministrazioni di segno politico opposto ci pensano bene prima di fare un simile regalo di immagine al centrosinistra. Treviso, ad esempio, padre dello sceriffo doc, Gentilini, curiosamente sta ferma (certo, toccherebbe al prefetto, ma il clima politico attorno conta). Quando poi un sindaco più immaginifico degli altri, Massimo Bitonci, si fa venire l’idea spiazzante, quella delle ordinanze, il Carroccio non ci pensa due volte a sposare l’iniziativa e a clonarla negli altri suoi feudi. Saranno costituzionali questi provvedimenti? No, hanno già chiarito i giuristi. Ne vedremo mai uno? Poco importa, il risultato è raggiunto. Dimostrare che la «tolleranza zero» ha il proprio colore. Ma se il primo requisito della legge, per essere efficace, è la sua chiarezza, quell’obiettivo, spiace dirlo, l’abbiamo già fallito.

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