Non confondiamo fra operai e padroni I destini sono diversi

Il Primo maggio è dei lavoratori e non dei padroni. Il sindacato dei lavoratori sbaglia a creare commistioni corporative anche nei momenti celebrativi: c'è chi sfrutta e chi è sfruttato. Una realtà...
Di Augustin Breda*

Il Primo maggio è dei lavoratori e non dei padroni. Il sindacato dei lavoratori sbaglia a creare commistioni corporative anche nei momenti celebrativi: c'è chi sfrutta e chi è sfruttato. Una realtà che sta alla radice del sistema capitalistico. Il Primo maggio è nato per denunciare e protestare contro lo sfruttamento che si spinge sino all'omicidio dei lavoratori. Nel 1886 negli Stati Uniti d'America la polizia schierata a difesa di una fabbrica, sparò e uccise dei lavoratori in protesta per rivendicare migliori condizioni. Da allora gli omicidi e le stragi, del e sul lavoro, sono state innumerevoli in ogni parte del mondo. L'ultima è del 22 aprile del 2013 ha colpito una fabbrica tessile nel Bangladesh. Lì producevano indumenti per multinazionali occidentali da rivendere nei paesi più ricchi. Lo stabile crollato sui lavoratori, mezzo migliaio di operai ammazzati per il profitto. L'acciaieria Thyssen di Torino con i suoi morti ammazzati e le condanne ai vertici, compreso l'amministratore delegato, sono lì a confermarlo, così è per la strage di cittadini e lavoratori in corso a Taranto, omicidi da tumori inoculati nei corpi dalle polveri dell'acciaieria, non coperte. Imprenditori, questi che agiscono in disprezzo delle più elementari norme ambientali e di sicurezza.

Non sono tutti così. Per queste ragioni di contesto storico e d'attualità è necessario che il Primo maggio rimanga una festa commemorativa del lavoro e dei lavoratori, utile a riflettere su ciò serve e a festeggiare ciò che è stato realizzato in secoli di emancipazioni, avanzamenti e frenate oltre che a rivendicare conquiste necessarie a livello planetario.

Se gran parte delle partite Iva, dei lavoratori autonomi, delle modeste imprese familiari, sono parte di questo mondo del Primo maggio, non lo sono in questa giornata i padroni delle medie e grandi imprese, così come dirigenti e amministratori delle multinazionali. È una idea strampalata mettere sullo stesso piano i capitani d'impresa e i loro dipendenti, le associazioni di rappresentanza delle imprese come Confindustria e gli operai alle loro dipendenze fissi e precari. Ma anche l'idea che la crisi ha messo tutti sullo stessa barca, lavoratori e imprese è un falso. Eccezione fatta per le peculiarità dei lavoratori autonomi e delle categorie citate, che soffrono spesso quanto i lavoratori dipendenti, c'è anche una distinzione persino giuridica che sancisce la diversità di questi mondi: i lavoratori che perdono il posto di lavoro il più delle volte si trovano immediatamente in condizione di miseria, per la fine della possibilità di attingere ad un reddito e vengono aggrediti oltre che nella loro dignità e riconoscibilità sociale, anche nei loro pochi risparmi fino al pignoramento dei loro averi essenziali, se hanno contratto debiti; gli imprenditori no! Per loro e i capitani d'impresa, la fine o il fallimento dell'impresa non coincide affatto con la povertà personale. (...)

Il padronato autoctono porta non poche responsabilità per l'attuale fase di crisi. Le scelte fatte durante gli anni di “vacche grasse” sono state indirizzate a una redditività d'impresa sul costo del lavoro, comprimendo e soffocando sia le piccole e piccolissime imprese, sia spostando attività nei paesi a basso costo della manodopera. Pochi coloro che hanno puntato su innovazione di processo e di prodotto e sul costruire reti di competenze, per favorire una nuova evoluzione industriale al passo con i cambiamenti.

Non erano certo i lavoratori trevigiani e i loro sindacati a festeggiare in Romania con Unindustria la frontiera di Timisoara, ma i padroni iscritti a tale associazione. Ora, con tutta l'impegno necessario per la crisi e la necessità di convergenze su proposte da avanzare alla politica, è impossibile capire cosa ci facciano quei padroni il Primo maggio nelle piazze con i lavoratori. Tante altre sono le occasioni possibili di confronto. La sensazione è che troppi si improvvisino innovatori nel ruolo di teste di legno.

*operaio Electrolux

ex membro segreteria Fiom Cgil

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