«Vigiliamo perché l’auto elettrica non sia pretesto per licenziare»
BELLUNO. Incertezza del mercato tedesco, dazi, indecisione politica e tecnologica e diminuzione delle vendite: sono questi i nodi cruciali che il settore dell’automotive a Belluno e Treviso dovrà affrontare da qui ai prossimi anni. E la sfida che si prospetta è di quelle strategiche. Ad oggi, il comparto è in sofferenza: ci sono già aziende che hanno chiesto la cassa integrazione per il calo produttivo. «Il settore della componentistica automotive», ha spiegato Alessio Lovisotto, segretario generale della Fim Belluno Treviso introducendo il consiglio generale del metalmeccanico ieri al ristorante “De Gusto di Belluno”, «rappresenta circa il 20% del giro d’affari regionale, che vale quasi 3 miliardi e occupa in Veneto quasi 10 mila addetti, con forti interessi nel Trevigiano e nel Bellunese, dove sono presenti aziende produttrici di componenti utilizzati per la costruzione delle auto: dalle resistenze per la riduzione delle emissioni inquinanti dei diesel ai componenti plastici per calandre dell'auto». Oggi il comparto, come ha detto Lovisotto, « sta attraversando una fase di profonda trasformazione tecnologica determinata dalla transizione verso l’elettrico».
L’analisi
Per il professor Francesco Zirpoli, direttore dell’Osservatorio sulla componentistica automotive dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, quella che si sta vivendo è «la tempesta perfetta: nello stesso momento viviamo il cambiamento delle tecnologie, dell’offerta e della domanda. Siamo in un momento di transizione dovuto alla necessità di ridurre l’impatto ambientale». Zirpoli ha evidenziato come si stia andando verso una diminuzione delle immatricolazioni di auto lasciando posto alla ricerca di sistemi di trasporto condivisi e intermodali. Ma Zirpoli ha lanciato un allarme: «L’auto elettrica non avrà un decollo semplice, dobbiamo vigilare affinché non venga utilizzato come pretesto per licenziare».
L’imprenditore
È stata di Antonio Bortuzzo, ad della Inglass Spa di San Polo di Piave, azienda che produce tecnologia per la componentistica del settore auto, l’analisi calata sul concreto. «Oggi le aziende possono fare previsioni al massimo di due anni vista la confusione che regna», ha precisato Bortuzzo, «Il settore sta rallentando per l’incertezza del governo tedesco, per i dazi americani, per la frenata cinese e soprattutto visto che ancora le case automobilistiche non sanno ancora dove puntare. E di tutte queste incertezze soffrono anche i produttori di componentistica. Tutte le aziende hanno meno risorse perché le concentrano per produrre elettrico o ibrido, cercano di contenere i costi, mentre i prezzi sono scesi del 30% in tre anni riducendo i margini finanziari. Molti stanno trasferendo la produzione in Cina e per poter sopravvivere dobbiamo andare a trovare il lavoro là dove c’è».
Il contratto
Intanto in ballo c’è anche il rinnovo del contratto collettivo metalmeccanico. Il sindacato chiede l’aumento dell’8% delle paghe e 700 euro in più per i lavoratori delle aziende senza la contrattazione integrativa. E parlando di metalmeccanico il riferimento è andato all’Acc «e alla sua crisi annunciata per superare la quale serve dare continuità produttiva», ha detto Lovisotto. E alla manifestazione di martedì è stata chiesta l’adesione massima di tutte le fabbriche del settore. «Come Cgil, Cisl e Uil chediamo che la Finanziaria contenga risorse per il lavoro, per gli investimenti per ridare futuro al comparto», ha detto Massimiliano Nobis, segretario della Fim veneta. «Il mondo del lavoro sta cambiando e anche il lavoratore cambierà: non più mero esecutore ma capace di gestire il lavoro trasmettendogli il valore aggiunto». —
Paola Dall’Anese
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso








