Vidor, maxi truffa con i televisori fantasma

VIDOR Sulla carta, sembrava un affare per la loro ditta, la Icam Srl. La società di Vidor infatti vende all’ingrosso elettrodomestici e arredamento ad alberghi. In quel momento stava chiudendo un affare con una struttura ricettiva dell’Ex Jugoslavia e quei duecento pezzi, tra tv e pc portatili, a 30 mila euro sembravano perfetti. Peccato che fosse una truffa: quando i proprietari della Icam si sono presentati a San Donà con tanto di camion per lo scambio merce-denaro, il presunto fornitore, Ernesto Gallipoli, ex poliziotto, ha preso i soldi e se l’è data a gambe. Domani a Venezia si aprirà il processo.
La coppia di imprenditori, difesi dall’avvocato Nadia Forlin, del foro di Treviso, si è costituita parte civile per ottenere il riconoscimento per il danno subito. Ci hanno messo infatti un bel po’ a rialzarsi da quel colpo. Tutto ha avuto inizio quando Antonio Rizzo (coimputato nel processo) ha presentato alle due parti offese tal Enrico Donaldo (che poi si scoprirà essere in realtà Ernesto Gallipoli): l’affare era allettante, 30 mila euro per 200 pezzi, tra tv e pc. La coppia si fida di Rizzo, con cui ha già fatto affari: lui assicura che Donaldo (cioè Gallipoli) è una brava persona. Partono i contatti (fax a un numero che si scoprirà essere l’utenza di un garage, schede Sim fasulle), fino all’incontro, a San Donà. Il truffatore sale in auto con una delle parti offese (dove sono custoditi i soldi), dietro c’è il camion della Icam che deve recuperare la merce.
Gallipoli finge di telefonare a chissà chi, porta tutti da Vidor fino a San Donà percorrendo strade senza senso. D’un tratto parla di ritardi, inghippi, finché, con uno stratagemma, prende i soldi e scappa. È l’ultima volta che le vittime lo vedranno. Scatta la denuncia e le indagini, certosine, coordinate dalla sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri della Procura di Treviso. Giorno dopo giorno, i militari riavvolgono il filo rosso che porta a Ernesto Gallipoli: scoprono che l’ex poliziotto usava un falso nome, che le aveva inventate tutte pur di rendere non identificabili le schede Sim che usava. Raccolte tutte le informazioni, dopo una lunga fase investigativa e il passaggio di procure (Treviso-Venezia) il pubblico ministero Stefano Ancilotto ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio degli imputati.
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