Vaso di Murano con il trucco Gallerista ancora indagato

Nuovi guai per Gianluca Campopiano, quarantasettenne figlio di un gallerista trevigiano. L’uomo è accusato di sostituzione di persona e violazione delle norme del codice sui beni culturali in relazione alla certificazione di un prezioso vaso di Murano. Alla vittima, anch’essa trevigiana, Campopiano avrebbe presentato un certificato a firma del critico d’arte Franco Borga secondo il quale il vaso sarebbe stato opera dell’artista Napoleone Martinuzzi. Certificato che è poi risultato essere falso dato che lo stesso Borga ha smentito di averlo mai redatto.
Ma non è la prima volta che Campopiano deve fare i conti con la giustizia. In passato era stato accusato di appropriazione indebita in relazione a tre quadri affidatigli da una donna di Roncade per essere venduti. In questo caso i fatti risalgono al dicembre del 2015. La signora aveva ereditato quadri e sculture dal padre, collezionista e aveva deciso di provare a venderne alcuni. Era stato suo figlio a fargli il nome di Campopiano. Dopo aver scelto le tre opere da mettere sul mercato, tra cui un Nesi e un Gumirato, ha invitato nella sua casa il gallerista. «Campopiano vedendo la collezione mi ha chiesto di affidargli anche altre opere, ma gli ho detto di aspettare, di vedere prima come sarebbe andata con questi tre», ha raccontato la donna al giudice. E in poche settimane Campopiano è riuscita vendere il Gumirato, consegnando alla donna il ricavato di 200 euro.
«Per gli altri due invece mi ha chiesto di aspettare perché il compratore era in vacanza», ha proseguito la donna in aula. Solo che da quel momento Campopiano sarebbe sparito. Ai numerosi messaggi inviati via whatsapp dalla proprietaria dei quadri, mostrati in aula, non ha mai risposto. Ma né i due quadri rimasti sono stati riconsegnati alla legittima proprietaria, né le è stato dato l’eventuale ricavato della vendita. All’appello mancano circa 750 euro.
Nel marzo 2018 era stato condannato a quattro mesi con il rito abbreviato per un’accusa di truffa in relazione ad un pagamento su Postepay. Nel 2017, con un complice di Fossalta, è stato condannato a 10 mesi di reclusione e 500 euro di multa ancora per truffa. Ed è a processo per un’altra vicenda del 2015. —
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