Radicchio, tiramisù e Prosecco, il tour di Stanley Tucci tra i sapori di Marca: «Gusti indimenticabili»

L’attore americano con il suo programma su Disney Plus dedicato alle eccellenze enogastronomiche italiane

 

Andrea Passerini
L’attore americano alla scoperta dei segreti del radicchio
L’attore americano alla scoperta dei segreti del radicchio

 

Metti un attore americano notissimo come Stanley Tucci, e il suo amore per l’Italia. Aggiungici la sua passione per la cucina italiana, secondo lui il vero filo di Arianna per scoprire l’anima più profonda del Belpaese. Con tre ingredienti chiave di Marca, altrettanti brand che Treviso esporta in tutto il mondo, i pilastri della nostra enogastronomia: il Conegliano Valdobbiadene Docg, il radicchio rosso e il tiramisù.

Tutto coltivato, preparato, fermentato e cucinato in un format speciale, il suo “Tucci in Italy”, docuserie che l’attore propone su Disney Plus, la piattaforma streaming, ed è giunta alla seconda edizione. Sottotitolo: una sorta di grand tour del palato e dei sensi, in collaborazione con National Geographic. E da Nord a Sud, una passerella a un patrimonio unico, che l’attore veicola in decine di paesi. Ennesima straordinaria vetrina internazionale per Treviso.

La puntata

L’altra sera, nella seconda serie del suo fortunatissimo programma (peraltro candidato pure agli Emmy Awards), l’attore statunitense che sta sbancando con “Il Diavolo veste Prada 2” ha fatto tappa in Veneto, e più precisamente alle spalle di Venezia.

E in una puntata di circa 45 minuti ha reso omaggio alla Marca e alle sue tre eccellenze all’interno di un tour che ha toccato anche Padova, Verona e Isola della Scala, per esaltare prodotti che in Veneto («regione leader in Italia per presenze turistiche», sostiene Tucci) sono ancora, in piena modernità tecnologica, «rispettosi della tradizione, dei ritmi della natura, di storie e costumi millenari».

Confraternita e radicchio

Apertura di puntata nella sede sotterranea della confraternita di Valdobbiadene, mescolato ai confratelli, mentre il presidente Enrico Bortolomiol stappa il vino dell’anno, selezionato tra i produttori soci, prodotto in limitatissima edizione. E citazione all’ortodosso Conegliano-Valdobbiadene Docg, prima ancora che al Prosecco. Poi scorci delle colline patrimonio Unesco, e sbarco in pianura, con il suo reticolo di fiumi e acque all’origine delle coltivazioni più peculiari e storiche. E Tucci svela i segreti del radicchio rosso da via Settecomuni, nell’azienda Dotto, facendosi guidare da Stefano, quinta generazione della famiglia di imprenditori agricoli.

E l’attore resta ammirato quando scopre che è la pianta stessa, nelle vasche, a decidere quando liberare il suo cuore croccante, dolce e con il retrogusto amarotico, e che tutto quello che viene scartato per liberare il tardivo, poi ripulito in una mini filiera («il prezzo dovrebbe essere più alto», rileva) finisce in realtà come cibo per gli animali. Radicchio che ricompare poi nel risotto che Tucci si fa preparare dalla food blogger Valeria Necchio nell’antica Pila di Isola delle scala, con il vialone nano prodotto con il macchinario del 1650 da Gabriele Ferron, anche lui quinta generazione dei risieri della pila. Il mulino e gli ingranaggi, il pestello i setacci agitati a mano per togliere lolla e pula, per cerare un riso quasi nocciolato e verde. Agli antipodi di ogni logica industriale (tre cli allora di produzione).

Il tiramisù

E il ritorno a Treviso in piazza dei Signori, per il tiramisù, nocchiero Carlo Campeol, dal salotto buono alle sue Beccherie oggi passate alla gestione di Paolo Lai e Andrea Corletto, con tanto di nuovo tempio adiacente tutto dedicato al più celebre dolce a cucchiaio del mondo. Tucci è curioso, vuole sapere delle origini, la fondatezza del mito che lo vuole nascere nel Dopoguerra nelle case di tolleranza (l’attore non è alla prima visita a Treviso, in passato fu deliziato all’Oca Bianca). Ma Campeol lo ferma subito; quello è lo sbatudin, ovvero tuorlo d’uovo sbattuto e zucchero, il tiramisù introduce le rivoluzione del mascarpone».

E poi della diatribe territoriali con Tolmezzo ed il Friuli, ma anche qui l’ex ristoratore è tranchant: «Tutti vogliono mette il cappello, il tiramisù canonico è quello brevetto da mia madre (Alba Campeol ndr) con un giovane cuoco (Roberto “Lolli” Linguanotto, ndr), sin dagli anni ’70».

Dalle teoria e delle baruffe territoriali a Nordest, al palato: tocca a Manuel Gobbo svelare i segreti e preparare il dolce a Tucci, ribadendo come «ogni trevigiano abbia in bocca il sapore del tiramisù della mamma», per spiegare da un lato la dimensione emotiva, quasi nostalgica della sua cucina, e dall’altro la fedeltà rigorosa alla ricetta, ancorata all’originale composizione di Alba e “Lolli” e agli ingredienti storici, senza alcun abbellimento, fronzolo o e tocco di modernità.

Scorci di Sile, della piazza, dei vicoli dietro la torre Civica, poi un salto a Ovest, anzi una serie di passaggi da Padova (la pasticceria del carcere Due Palazzi, il famoso progetto Giotto che offre ai detenuti l’acquisizione di un mestiere per il riscatto sociale una volta usciti e Verona, per la pastissada de caval, cucinata dalla nigeriana Tracy che ha appreso tutti i segreti dalla suocera veronese, e viene promossa in diretta.

E racconta delle affinità tra la perla scaligera e la Nigeria in termini di gastronomia, lumache comprese, con il divertito Tucci. Ed infine, un omaggio alla modernità, con la tatuatissima chef romana Chiara Panozzo, che ha rilanciato il “Bue Nero” di Verona reinventando i piatti della tradizionale, dai risotti alla pasta e fagioli. Quest’ultima con tanto di trippa. «Me li sono arruffianati», dice Chiara a Stanley, letteralmente in solluchero, se non stregato, per l’assaggio.

La visibilità

L’auspicio degli addetti ai lavori è che il nuovo viaggio di Tucci – amatissimo nel suo paese – faccia ulteriormente decollare l’appeal di Treviso sul mercato americano e anche in altri paesi. Contando anche sulla modalità più intima e “familiare” che Tucci adotta in questa seconda serie, privilegiando aneddoti, personaggi, curiosità, retroscena, e accentuando i legami con la dimensione storica collettiva, la memoria, l’identità.

 

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