Dalla città a San Boldo: «Il nostro sogno in quota con gli asinelli e le yurte»
Rebecca Brisotto e Marco Svander hanno lasciato la città cinque anni fa per trasferirsi a Confos, sul passo San Boldo, dove hanno avviato un’azienda agricola biologica e un agricampeggio

Io sto con gli asinelli. Non è solo il nome dell’azienda agricola di Rebecca Brisotto e Marco Svander, ma l’essenza di una scelta di vita dettata da un bisogno: rimanere fedeli a sè stessi. Cinque anni fa la coppia di trevigiani ha fatto armi e bagagli, lasciandosi alle spalle la città per trasferirsi sul passo San Boldo, a Confos, appena oltre il confine bellunese, dove hanno avviato un’azienda agricola biologica e dove ospitano le attività dell’associazione Arcoiris Aps e un agricampeggio dove i visitatori possono pernottare nelle capanne circolari tipiche delle popolazioni nomadi dell’Asia centrale.
Prima di cosa si occupava?
«Portavo avanti l’associazione Arcoiris, fondata nel 2017 a Treviso con l’obiettivo di promuovere percorsi di pet therapy. Da Villorba, dove era la sede precedente, ci siamo spostati qui, in uno scenario ideale per un’attività basata sulla relazione con la natura e gli animali, sia a scopo ludico che terapeutico».
Perché fra tutte le località prealpine proprio il passo San Boldo?
«Cercavamo un luogo con un terreno coltivabile abbastanza esteso da poter accogliere l’azienda agricola e gli animali. Alla fine la scelta è caduta su Confos (frazione di Borgo Valbelluna ndr), appena oltre il confine trevigiano. Solo in un secondo momento ho scoperto che la mia bisnonna era originaria di questo paesino. Uno scherzo del destino che ci ha attirati proprio qui».
Si dice che la storia è ciclica, d’altronde...
«Un secolo fa lei è scesa dal San Boldo per cercare nuove opportunità in pianura e a distanza di cento anni, io ho seguito involontariamente le sue tracce ma al contrario, lasciandomi alle spalle la città per costruire una nuova vita in quota».
Come è stato l’impatto iniziale?
«All’inizio c’è voluta una buona dose di spirito di adattamento. Per inserirci nel territorio, mi riferisco anche sotto l’aspetto sociale, ci abbiamo messo un paio d’anni.
Avete incontrato altre persone che come voi hanno scelto uno stile di vita alternativo?
«Sì, abbiamo fatto amicizia con altri trevigiani che hanno scelto queste montagne per un cambio di prospettiva sulla vita. Faccio l’esempio di una coppia che si è trasferita qui nel nostro stesso anno e ha ripreso in mano malga Van, in Valmorel».
Ad un certo punto della vita cosa spinge una persona ad un cambio di rotta così radicale?
Le motivazioni sono tante e profonde. Non c’è una risposta univoca, così come non è unico l’impulso che ti spinge a voltare pagina. Confrontandomi con altre persone che si sono trasferite qui, ho notato che ci accomunano l’esigenza di vivere in modo più coerente con il ritmo della natura e di riappropriarsi del proprio tempo. Nel tempo di vita lento, si riscopre la libertà».
L’azienda agricola basta per provvedere a tutte le spese?
«Mio marito manda ancora avanti l’attività che aveva prima, perché ad oggi non riusciamo ancora a vivere solo di quel che ci dà l’azienda. Ma non lo viviamo come un problema, siamo partiti con la consapevolezza che la nostra sarebbe stata una crescita lenta. Un sogno si costruisce concretamente, un passo alla volta».
Vivendo qui avete notato un interesse crescente per questo territorio?
«Ho notato un cambio di rotta, negli ultimi quindici anni e almeno in questa zona, sul San Boldo, il problema dell’abbandono non si pone. Anzi, la convivenza armoniosa tra uomo e natura appartiene a queste comunità e si vede soprattutto nelle vecchie generazioni che conoscono ogni sentiero, ogni albero e fiore che cresce qui».
Che effetto fa rituffarsi in città quando si è abituati al ritmo della natura?
«Quando scendo ho notato che il respiro cambia, il ritmo interno accelera e l’istinto dice di correre: è una sensazione difficile da spiegare a chi non l’ha mai provata».
Se dovesse descrivere il luogo dove vivi a chi non lo conosce che parole useresti?
«Direi che è un ambiente in apparenza rude ma che oltre alla barriera montuosa del passo, si spalanca in tutta la sua bellezza. Il passo può mettere soggezione e io stessa a volte devo andare a prendere delle amiche che non se la sentono di farlo in auto. Io lo trovo un ambiente affascinante, a cavallo tra due mondi, lungo il confine, e a vivere qui ci si sente delle sentinelle».
La vostra attività attira molte persone ad oltrepassare questa barriera.
«Come associazione lavoriamo molto con bambini e ragazzi che trascorrono qui anche diversi giorni ed è bello vedere quanto il contatto prolungato con la natura gli dia beneficio».
E poi ci sono le yurte e i viaggiatori contadini in cerca di ospitalità...
«L’agricampeggio è una novità recente e poi c’è appunto il wwoofing, una piattaforma che mette in rete le fattorie biologiche d’Italia offrendo ospitalità in cambio di lavoro. Abbiamo aderito quest’anno e abbiamo già ospitato persone dal Messico e Irlanda. Quello che abbiamo notato qui è che anche lo scambio umano beneficia della lentezza: la qualità delle nostre amicizie è migliorata e abbiamo riscoperto il valore della comunità. Abbiamo comunque mantenuto i legami con la pianura attraverso una rete di amici e clienti cui ogni settimana forniamo i prodotti bio del nostro orto».
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