Puppato e l’odio che avvelena «Le donne che fanno politica sono il bersaglio prediletto»

L’ex senatrice è stata vittima più volte degli odiatori del web Tre di loro sono stati condannati dopo averla minacciata di morte  

la riflessione

Odio che avvelena i social, macchia reputazioni, si accumula come spazzatura tra i post su Facebook, nei cinguettii di Twitter, fra le stories di Instagram. Frasi scagliate in Rete come pietre. Dire tutto, anche ciò che fuoriesce dal confronto civile e che mai si avrebbe il coraggio di pronunciare a viso aperto.

L’aria delle piazze virtuali è sempre più pesante, è diventata tossica. Al punto che Alessia Andreola, consigliera comunale di Loria, ha detto basta. Accuse personali, insinuazioni pretestuose, calunnie che esulano dal giudizio sull’operato politico. Un livore carico di stereotipi di genere, di luoghi comuni sessisti e di offese dirette alla persona più che al ruolo istituzionale. Davvero troppo da sopportare, tanto che la consigliera Andreola ha deciso di dimettersi.

«La capisco benissimo, il dileggio colpisce soprattutto il genere femminile e, a volte, servono a poco anche le reazioni collettive di solidarietà. Quel che è peggio è che si crea una sorta di selezione in negativo, per cui resistono i peggiori, quelli che urlano e sbraitano di più a discapito di tutti gli altri» commenta amareggiata l’imprenditrice Laura Puppato che, durante l’incarico di senatrice del Pd, è stata a sua volta bersaglio di commenti indicibili.

Anni di stalking, e poi minacce di morte a lei e alla sua famiglia, per le quali sono state condannate pochi giorni fa tre persone. Tre perfetti sconosciuti che per mesi hanno intimidito lei e gli affetti più cari servendosi del web. «Chi sui social oltrepassa il limite verbale sembra non considerare tutte le ferite che infligge sul piano personale, psicologico e familiare, creando una situazione deflagrante per la vittima» aggiunge Puppato.

Il web che diventa fucina di orrori e violenze è un fatto quotidiano. Ce lo dicono da tempo le cronache: i commenti razzisti rivolti all’europarlamentare Cécile Kyenge, la campagna antisemita che ha costretto sotto scorta la senatrice Liliana Segre, lo stillicidio di calunnie rivolto a Laura Boldrini e così via. Non va meglio per chi fa politica a livello locale.

Le malelingue di piazza strabordano nell’arena virtuale senza possibilità di fermarle. «Vorrei consegnare un dato alla riflessione pubblica» prosegue Puppato «nella stragrande maggioranza dei casi chi fa politica lo fa con spirito di servizio, dedicandosi agli altri, cercando di portare il proprio impegno per lasciare un’eredità migliore ai nostri figli. Non è giusto che questa esposizione diventi ricettacolo di tutte le nefandezze a prescindere dai fatti. E non è giusto che per questo diventi lo scalino che spinge la persona minacciata a scendere e a dire non ce la faccio più».

Un doveroso accenno va fatto anche agli strumenti per difendersi dai reati digitali, materia cangiante che vede il diritto sempre un passo indietro rispetto alla realtà. «È anche il senso di impunità che alimenta l’odio» evidenzia Puppato, rifacendosi a quanto accaduto a lei. «Una trafila infinita di tempo e denaro investiti per perseguire persone ignobili che non meriterebbero un minuto del tuo tempo, e invece...» sospira Puppato «non so fino a che punto la gente si renda conto del male che fa alle persone attraverso i social, ma non credo sia difficile immaginarlo, nessuno è impermeabile e nessuno dovrebbe usare il proprio tempo per fare del male o per difendersi da esso». —

Valentina Calzavara

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