Profughi ridotti a schiavi per la vendemmia Finisce in manette “caporale” pakistano

Un sistema di caporalato tra le vigne di Veneto e Friuli, con paghe inferiori a 5 euro l’ora. Aggravato dal costringere 18 persone a vivere in condizioni disumane, all’interno di un’abitazione nella campagna di Cessalto, chiedendo loro una sorta di affitto, sottraendo parte della “paga” per spese di vitto e alloggio. È quanto aveva attivato Ali Usman, pakistano di 27 anni, arrestato in flagranza per sfruttamento di lavoratori in condizioni di bisogno lo scorso 4 dicembre dai carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Treviso, unitamente ai colleghi della stazione dei carabinieri di Cessalto, che hanno dato il via all’indagine. La vicenda è stata resa nota ieri, al comando provinciale dell’Arma a Treviso. Il giovane, residente a Cessalto e titolare di una ditta per lavori agricoli regolarmente registrata, è accusato di aver reclutato e sfruttato 18 connazionali, la maggior parte dei quali costretti a lavorare in nero, con la promessa di una regolare assunzione.
lo strano via vai
L’operazione dei carabinieri ha preso avvio tra ottobre e novembre: i militari dell’Arma in servizio a Cessalto si erano insospettiti dal via vai quotidiano all’interno del territorio di due furgoni, poi risultati senza assicurazione, né revisione e guidati da persone senza patente, compreso lo stesso arrestato. Era infatti il giovane 27enne, dopo aver regolarmente pattuito dei lavori di vendemmia presso aziende vitivinicole delle province di Treviso, Venezia e Pordenone ad accompagnare gli sfruttati - la maggior parte richiedenti asilo, in fase di regolarizzazione, di un’età compresa tra i 18 e i 40 anni - nei vigneti. Come hanno dimostrato i pedinamenti e le indagini, nonché le testimonianze degli sfruttati, l’uomo li svegliava alle 4.30 del mattino, nell’abitazione di via Brian dove ha sede la ditta, che di fatto era diventato un lager: un unico bagno, niente riscaldamento, materassi a terra, muffa, vetri rotti e sporcizia, a creare una situazione di profondo disagio anche sotto il profilo sanitario.
una vita d’inferno
Quindi, dopo aver percorso strade secondarie per evitare controlli, il lavoro nei campi, ininterrotto dalle 7.30 del mattino a sera sotto gli occhi del caporale. Di mezzo una sorta di pausa pranzo, costituito da pane pakistano e fagioli. I lavoratori, ai quali talvolta si aggiungevano nigeriani e marocchini, venivano retribuiti con 5 euro all’ora, compenso al quale venivano sottratti 4 euro al giorno per il trasporto nei campi; 50 euro al mese per i pasti e 100 euro al mese per il posto letto. Una situazione disumana, completamente a capo del 27enne, residente in Italia da circa 4 anni ed ex richiedente asilo. Verificate in flagranza le condizioni di sfruttamento e dopo la convalida dell’arresto, gli è stato anche dato un provvedimento di sospensione dell’attività oltre al sequestro dei due mezzi. E gli sono state comminate multe per quasi 55 mila euro, da unirsi a 21 mila euro recuperati per il mancato pagamento dei contributi.
le testimonianze
Fondamentali ai fini della ricostruzione del sistema di capolarato, oltre ai primi sospetti degli uomini della caserma di Cessalto guidata dal maresciallo Antonio D’Otolo, anche le testimonianze unidirezionali dei 18 sfruttati. La maggior parte di loro, prima di venir impiegati nella ditta del connazionale, che curava ogni aspetto dell’attività, aveva trovato ospitalità presso strutture della Caritas. L’operazione, basata sulle recenti norme del decreto Madia, è la prima di questo tipo in Veneto e non è da considerarsi conclusa: i militari sono infatti chiamati a capire, ad esempio, se gli imprenditori che affidavano la vendemmia alla ditta dell’arrestato, erano a conoscenza delle condizioni di sfruttamento. —
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