«Profughi, c'è un'Italia che si sta rimboccando le maniche»

Parla il professor Calò, che dall'inizio dell'emergenza ha deciso di ospitare un gruppo di giovani migranti a casa sua: «Li ospito grazie all’aiuto di tutta la comunità»
il professor Calò
il professor Calò

Da un paio di mesi la famiglia Calò ospita sei profughi nella sua abitazione, a Povegliano. La scelta ha suscitato reazioni contrastanti e sui profili Facebook c’è stato chi, nelle scorse settimane, ha anche minacciato il professor Calò. Il professore, a nome della famiglia, ci racconta la sua esperienza..

La Lettera di ANTONIO SILVIO CALÒ

Se dovessi dare un titolo a questo breve racconto sarebbe: “Un’altra Italia” Da due mesi, dall’8 di giugno, la mia famiglia ospita nella propria casa, sei rifugiati, tutti del Sud-Sahara, due dal Ghana, due dalla Gambia e due dalla Nigeria. La loro età va dai 19 anni al massimo ai 31 dei due nigeriani. Tre di questi sono già sposati e hanno a testa un figlio, che sono rimasti in Africa. I più giovani non hanno più i genitori. Tutti hanno una storia da raccontare che certamente non è edificante. Anzi in alcuni casi indicibile, ti domandi se è possibile che nel 2015 possano accadere certe cose. Una umanità ferita, come purtroppo ce ne sono anche a “casa nostra”.

Dal primo giorno fino ad oggi la “nostra casa” è stata testimone diretta di come il bene sia un elemento presente in ognuno di noi, con la ricchezza della diversità… bellissimo.

"Ho aperto le porte di casa ai profughi, perchè no?"

Spesso ci siamo domandati in questi giorni perché l’abbiamo fatto, perché noi? E alla fine la risposta è sempre stata: perché siamo persone “fortunate”. Non siamo stati solo noi a dir sì, si può fare, ma con noi tutte quelle persone che nel corso della nostra storia ci hanno insegnato a dire: sì, si può fare, si deve fare. Tutte quelle persone che ci hanno accompagnato durante il nostro cammino, ci hanno aiutato “gratuitamente” nei momenti difficili della nostra famiglia, e vi garantisco che con quattro figli ce ne sono stati molti (e ce ne saranno ancora). Tutte quelle persone che senza “suonare le trombe”, in silenzio, con la loro presenza hanno saputo aprire i nostri orizzonti farci apprezzare la vita nelle sue piccole ma fondamentali epifanie. Tutte quelle persone che hanno testimoniato con il loro sapere, con il loro fare il valore straordinario dell’atto oblativo, senza se e senza ma.

Quante famiglie in Italia potrebbero sottoscrivere quanto sopra scritto, quante famiglie potrebbero scrivere cose simili e magari ancora più belle e significative? Sono sicuro di questo. Questo è il bene, questo è il “capitale più prezioso dell’umanità” che dobbiamo far circolare, su cui dobbiamo investire. Non ci dobbiamo vergognare di dirlo. Questo vale per tutti, atei, agnostici, religiosi o altro.

Quindi alla fine chi ha accolto questi “disperati” è stata una “famiglia storica”, fatta di testimonianze antiche e testimonianze giovani, e tutta una comunità che indirettamente o direttamente ci sostiene spiritualmente e concretamente.

Ecco, una cosa bellissima che va scritta: se abbiamo detto sì è anche perché viviamo in una comunità che ci ha insegnato ad accogliere, a condividere, nel tanto e nel poco. Una comunità che, indipendente dal credo e dalle idee politiche, dal colore della pelle, quando c’è da aiutare si tira su le maniche e via, senza distinguo.

Il nostro noi è un noi grande, fatto di tanti piccoli ma significativi gesti e di tante semplici ma incredibili persone.

C’è Giovanni che si presenta uno dei primi giorni, mai visto,giornalista in pensione, che avendo vissuto anni negli Stati Uniti si rende disponibile (gratis) a insegnare l’italiano ( visto che i nostri ospiti parlano tutti un inglese-africano ).

C’è Walter, un pensionato vicino di casa che si è reso subito disponibile a fare un orto insieme con i nostri “ragazzi” africani, e dopo un mese già raccogliamo i frutti del loro sudore.

C’è una famiglia di agricoltori del Comune che dopo una settimana mi scrive e mi dice che lei garantisce la frutta di stagione, tempo indeterminato, costo zero, l’importante è che non lo sappia nessuno…

Ci sono gli studenti delle superiori e i giovani del paese che vengono a trovare spesso i nostri ospiti, avviando uno scambio culturale di grande utilità per ambo le parti.

Ci sono signore, signori o un servizio settimanale dell’Auser del Comune, che si presentano al cancello e portano di tutto, verdure, frutta, pesce, carne, piatti già cotti, per non parlare di quelle e quelli che portano vestiti o, ancora più significativamente, si mettono a disposizione per… ci donano il loro prezioso tempo.

C’è Giulia, una psicologa giovane ma da anni attiva per queste situazioni, che ogni settimana fa terapia di gruppo e personalizzata.

C’è Valentina, una signora del paese che aveva perso il lavoro e che aveva bisogno di lavorare per la famiglia che è stata assunta dalla cooperativa di appoggio, ed è tutto fare, in casa e fuori quando serve (vedi le questioni sanitarie ).

C’è una cooperativa che ci sostiene e gestisce la questione economica (i famosi trenta euro al giorno per ogni profugo) con un senso del servizio unico. C’è Anna Maria, una signora che ha il dono del cucinare e quando non è a lavorare si presenta e si mette a cucinare come se fossimo in un ristorante. C’è un mondo che testimonia altro, c’è un’altra Italia, ricordiamocelo che siamo anche questo.

Grazie a tutti voi che ci avete aiutato e ci aiutate ogni giorno a confermare il nostro sì, a dire che è semplice fare il bene: grazie.

Antonio Calò

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