La storia di Armando, bagnino a vita per salvare i bambini nel Piave
Il pensionato dedica alla sua missione 12 ore al giorno: rimane lungo la riva del Piave a partire dalle 7. Del fiume racconta: «Chi arriva da fuori spesso non lo conosce e ne sottovaluta i pericoli»

Lo chiamano il caimano del Piave. Ogni mattina, alle 7 in punto, è già nel fiume. Rastrello tra le mani, piedi nell’acqua gelida: Armando Dal Col da il via al suo rito quotidiano. Per 12 ore, fino alle 7 di sera, ripulisce spiaggia e fondale da alghe, rami e detriti.
Ma sopratutto veglia il passo Barche, il tratto più frequentato in località Fagarè. Da pensionato avrebbe potuto dedicarsi a ben altro, invece ha scelto di mettere il proprio tempo al servizio del fiume e di chi lo frequenta. «Lo faccio per amore del Piave», racconta il bagnino volontario.
Una piscina nel fiume
Chi conosce il Piave non è all’oscuro delle sue insidie. L’acqua è cristallina, ma sorprendentemente fredda. In un fondale basso, apparentemente innocuo, si aprono buche profonde, improvvisi avvallamenti che possono raggiungere i tre o quattro metri.
È proprio lì che si consumano le tragedie. Basta un passo falso per perdere l’equilibrio e sprofondare. Per evitare che i bagnanti si spingano troppo al largo, Armando ha realizzato una piscina naturale con i grandi sassi levigati dal fiume.
Ha disposto le pietre una a una fino a creare una barriera che rallenta la corrente e delimita uno specchio d’acqua basso e tranquillo. All’interno il livello arriva a poche decine di centimetri, il fondale resta regolare, bambini e famiglie possono rinfrescarsi senza avventurarsi nelle zone più pericolose.
In una domenica d’estate, con il termometro oltre i 35 gradi, la spiaggetta del passo Barche è affollata. Teli distesi ovunque, ombrelloni tra i sassi. È difficile trovare anche solo un piccolo spazio libero. Tra la folla c’è anche Gabriele Marsura con la figlia, la mezzofondista Nikol. Approfitta abitualmente delle acque per rinfrescarsi prima di un allenamento o una gara. Anche lei, come altri bagnanti, apprezza la nuova piscina naturale.
Acque insidiose
Armando conosce le insidie del Piave. Negli anni è intervenuto più volte per scongiurare tragedie. «Una volta mi sono tuffato per recuperare una bambina stesa su un materassino gonfiabile trascinato dalla corrente», racconta, «in pochi istanti era scomparsa sott’acqua, inghiottita da una buca del fondale.
Mi sono buttato senza esitazione e l’ho raggiunta prima che fosse troppo tardi». Non è stato un caso isolato. In più racconta di aver salvato almeno un paio di persone da un annegamento praticamente certo. Il suo sguardo è sempre vigile, segue ogni movimento. È pronto a intervenire al primo segnale di pericolo.
La sbalzo termico
C’è poi un’insidia invisibile, spesso sottovalutata: la temperatura dell’acqua. Nei giorni più caldi, quando all’esterno si superano abbondantemente i trenta gradi, il Piave resta sotto i venti. Lo sbalzo termico è netto, spesso traumatico per il corpo umano.
Tuffarsi dopo una lunga esposizione al sole o subito dopo aver consumato un pasto aumenta notevolmente il rischio di congestioni, crampi o malori improvvisi. È stato così per Abdelhak Ben Ameur.
Sabato pomeriggio il trentenne tunisino è stato tradito dal gelo delle acque, lungo il tratto di fume che corre tra San Biagio e Ponte di Piave. Dopo un picnic con gli amici, provato dal caldo, ha cercato refrigerio nel fiume. Si è gettato da uno dei piloni del ponte ferroviari, quello marchiato dal pesce blu.
Lo stesso da cui, la scorsa estate, aveva perso la vita Dennys Navas. Pochi istanti dopo il tuffo, Abdelhak ha iniziato a dimenarsi e a chiedere aiuto. Ma gli amici non l’hanno preso sul serio. «Erano convinti che fosse uno scherzo», ha raccontato la donna che per prima si è resa conto che quelle urla erano autentiche.
Sono bastati pochi attimi: Abdelhak, immobilizzato dalla congestione per lo sbalzo di temperatura, è stato inghiottito dalla corrente. Il fiume lo ha trascinato a valle, dove i soccorritori l’hanno recuperato dopo un breve sorvolo con l’elicottero dei vigili del fuoco e del Suem. «Chi arriva da fuori spesso non conosce il Piave e ne sottovaluta i pericoli», riflette Armando, «per esperienza, molti degli interventi di soccorso riguardano persone straniere, proprio perché non conoscono il fiume e le sue insidie».
Nel dubbio Armando non si allontana. Resta lungo la riva, come bagnino volontario, fino alla fine dell’estate. Abbronzato dal sole, instancabile, con lo sguardo rivolto al Piave.
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