Omicidio di Miane, una donna sotto torchio

Interrogata un'amica della vittima, i vicini hanno sentito le sue urla. Si cerca il volto del killer nelle riprese delle telecamere

MIANE. I carabinieri stanno stringendo il cerchio attorno all’assassino (o agli assassini), di Mohamed Chairi, l’operaio marocchino di 42 anni, ucciso domenica mattina all'interno dell’appartamento che aveva in affitto in via Roma 39 a Miane. Ieri sera è stata interrogata una donna: c’era anche lei in casa al momento del delitto, i vicini l’hanno sentita urlare.

Determinanti, per la soluzione del giallo, si stanno rivelando le numerose tracce lasciate sulla scena del delitto e all’interno dell’auto della vittima, un’Alfa 147 nera, ritrovata il giorno dopo il delitto in un parcheggio nei pressi della stazione ferroviaria di Conegliano. Impronte digitali, tracce di scarpe e mozziconi di sigarette che, vittima a parte, potrebbero appartenere a più persone.

I carabinieri hanno acquisito le immagini della zona dove è stata trovata la macchina usata per la fuga, dopo il delitto, e quelle interne alla stazione ferroviaria coneglianese. È molto probabile che nei filmati delle telecamere sia stato immortalato il volto del killer in fuga e che i carabinieri abbiano così trovato un ulteriore riscontro al corposo quadro indiziario. Dalle testimonianze dei vicini di casa emerge che la mansarda al civico 39 di via Roma a Miane, dove abitava l’operaio marocchino assassinato, era spesso frequentata da un connazionale di Chairi. Un amico che, proprio negli ultimi giorni, era stato visto con più frequenza nell’abitazione dell’operaio e che dalla giornata di domenica non s’è fatto più vedere.

I carabinieri hanno anche individuato e interrogato una donna che abita in provincia. L’hanno cercata come testimone in grado di fornire dettagli importanti alle indagini oppure perché potrebbe avere avuto un qualche ruolo nell’omicidio? Il coinvolgimento di due persone nell’assassinio di Miane è più che un’ipotesi suggestiva.

Dalla caserma di via Cornarotta, sede del comando provinciale dei carabinieri a Treviso, c’è il massimo riserbo sulle indagini. Il timore degli investigatori è quello che eventuali particolari sull’inchiesta in atto potrebbe in qualche modo intralciare l’indagine.

Alcune persone sono state sentite dai carabinieri sia in paese che al comando di via Cornarotta. Gli investigatori stanno cercando risposte alle indagini non soltanto con l’aiuto dei mezzi tradizionali, come l’analisi delle immagini delle telecamere e dei tabulati telefonici dei cellulari delle persone sospettate di essere state coinvolte nell’assassinio dell’operaio marocchino. Si cercano risposte anche dalle testimonianze di vicini di casa e colleghi della vittima. Si scava sulla sua vita privata per cercare l’assassino e il movente. Che non necessariamente sarebbe quello della pista passionale. Debiti, ricatti o vecchie ruggini potrebbero essere alla base del delitto.

L’autopsia, disposta dal pubblico ministero Barbara Sabattini, che si occupa del caso, ed effettuata dal medico legale Alberto Furlanetto, ha dato elementi preziosi agli investigatori: sul corpo di Chairi sono state trovate diverse ferite profonde da arma da taglio. Fendenti vibrati con estrema violenza (serviva la forza di un uomo o può essere stata una donna?), due dei quali si sono rivelati potenzialmente mortali per aver perforato un polmone e l'intestino della vittima. Tutti colpi inferti alla schiena che potrebbero, in qualche modo, supportare l’ipotesi della premeditazione dell’omicidio. L’assassino avrebbe assalito la vittima alle spalle, quando aveva meno possibilità di difendersi e ripararsi con le mani.

I carabinieri del reparto operativo del comando provinciale di Treviso lavorano instancabilmente da domenica mattina, poco dopo le 11, quando è stato lanciato l’allarme dal vicino di casa che ha trovato il cadavere di Chairi disteso a terra, accanto all’ingresso. La sensazione è che l’assassino o i killer potrebbero avere le ore contate.

Gli investigatori confidano di risolvere il caso in poco tempo anche per evitare una probabile fuga all’estero o il possibile inquinamento delle prove. «Confidiamo di dare una risposta chiara al più presto», si limita a dire il colonnello Ruggiero Capodivento, comandante provinciale dell’Arma. «Il nostro impegno in queste ore è massimo».

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