Muore nel Piave a 30 anni, ma a pochi metri c’è chi continua a fare il bagno

Le urla smorzate dall’acqua gelida nell’indifferenza di chi non si rendeva conto. I bagnanti abusivi hanno capito troppo tardi: «Lì sotto c’è un ragazzo». Il greto del fiume tra Fagarè e Ponte di Piave in passato ha già fatto molte vittime

Alessia Celotto
I bagnanti sul Piave nonostante la tragedia: un ragazzo di 30 anni è morto annegato
I bagnanti sul Piave nonostante la tragedia: un ragazzo di 30 anni è morto annegato

«Ho insistito per soccorrerlo, gli amici credevano che scherzasse. Quando hanno capito si sono spaventati, ma nessuno è più riuscito a salvarlo».

Questione di secondi e il dramma oscura una calda giornata di giugno. I volti degli amici si fanno prima increduli, poi tesi e infine disperati. Ogni tentativo di salvare Abdelhak Ben Ameur si rivela vano: il trentenne muore poco dopo.

Ma a poca distanza c’è chi continua a fare il bagno, forse inconsapevole o forse incurante che il Piave ha inghiottito ancora una volta una vita, in quello che sembrava un pomeriggio d’estate come tanti.

«Incoscienza»

Una morte improvvisa che ha suscitato dolore e indignazione, anche nelle parole della sindaca di San Biagio di Callalta, Valentina Pillon.

«Oggi è l’ennesima giornata dolorosa per tutta la nostra comunità. La mia vicinanza va innanzitutto alla vittima e alla sua famiglia», ha affermato la prima cittadina. «Mi viene però da fare una riflessione: nemmeno una giovane vita spezzata ferma l’incoscienza di chi, a pochi metri di distanza, è ancora in acqua.

Nonostante le campagne informative, nonostante l’impegno delle istituzioni e dei media nel far comprendere quanto sia pericoloso e vietato fare il bagno nei fiumi, questo messaggio continua a rimanere inascoltato. C’è troppa incoscienza e, per quanto si faccia, non è ancora abbastanza. Nemmeno la morte di una persona riesce a fermare questo tipo di comportamenti». La sindaca ha poi lanciato un appello alle famiglie affinché prestino la massima attenzione.

«I fiumi non sono fatti per la balneazione: ci sono il mare, le piscine e luoghi attrezzati con personale pronto a intervenire in caso di emergenza. L’invito è quello di recarsi al fiume per una passeggiata, ma nulla di più».

Le insidie

Nel luogo della tragedia, al confine tra Ponte di Piave e San Biagio di Callalta, nessun cartello visibile segnalava il divieto di balneazione. I residenti della zona, da anni, conoscono le insidie del Piave: le correnti improvvise, le buche sul fondale, la temperatura dell’acqua. Più complessa, invece, la situazione per molti stranieri che frequentano il luogo e che, non parlando italiano e non conoscendo il territorio, spesso si immergono senza essere consapevoli dei reali pericoli.

Alcuni signori seduti all’ingresso dell’area chiedono da tempo degli interventi. «Dovrebbero essere messi dei massi più pesanti per impedire l’accesso al fiume e cartelli in diverse lingue, soprattutto per chi non conosce l’italiano o non è della zona», spiegano.

Sul greto

Poco lontano continuano a risuonare le grida di gioia dei bambini che si divertono in acqua e il vociare confuso degli adulti.

Le famiglie proseguono la loro giornata senza interruzioni: c’è chi si immerge completamente, chi entra con i piedi e le gambe nell’acqua e chi si tuffa addirittura con la testa, forse non percependo la tragedia consumatasi appena a pochi metri di distanza. Quel brusio allegro si mescola però alla rabbia e alla disperazione degli amici del giovane. Il dolore si trasforma in urla e imprecazioni rivolte a chiunque tenti di avvicinarsi per osservare quanto sta accadendo.

I testimoni

Una madre, arrivata sul posto con la figlia piccola per mostrarle il fiume, viene invitata dalle forze dell’ordine ad allontanarsi. «Mia figlia sicuramente non capisce quello che sta accadendo», si sente dire mentre torna indietro. Pochi sembrano fermarsi un attimo per riflettere su quella vita spezzata in un istante. Due coniugi, presenti proprio nel punto in cui si è verificato il fatto, raccontano attimi di grande disperazione.

Momenti concitati

«Gli amici credevano che scherzasse», spiega la donna. «All’inizio non capivano che avesse davvero bisogno di aiuto. Io stessa ho insistito dicendo di soccorrerlo, perché non mi sembrava affatto uno scherzo. Ho iniziato a gridare: “Per favore, aiutatelo”. Quando hanno compreso che si stava sentendo male, si sono spaventati.

Qualcuno si è tuffato, ma nessuno è più riuscito a trovarlo».

Altri presenti riferiscono che qualcuno avrebbe anche tentato di afferrare la mano del giovane per salvarlo, ma la presa sarebbe sfuggita per un attimo, quello decisivo. «Noi eravamo dopo il ponte. Un ragazzo mi ha chiamato per andare a fare il bagno e non capivo. Poi ha insistito e mi ha detto che lì sotto c’era un ragazzo», racconta un altro testimone. L’ennesima vita persa tra le acque del fiume.

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