Ecco chi era l’operaio morto d’infarto a Susegana a fine turno
Franco Favaretto, 59 anni di Villorba, era un appassionato di moto ed era prossimo alla pensione: gli mancavano solo due anni di lavoro. Alla Smurfit Kappa era addetto al reparto ondulatori

Si è accasciato a terra dopo aver terminato il turno di lavoro, nell’azienda di Susegana in cui aveva trascorso oltre trent’anni della sua vita. Franco Favaretto, 59 anni, residente a Villorba, è morto nel primo pomeriggio di ieri martedì 30 giugno, in quella che un tempo era la Cartopiave e che da anni fa parte della multinazionale Smurfit Kappa.
L’operaio, addetto al reparto ondulatori, è stato trovato esanime appena oltre il cancelletto di un’uscita secondaria, accanto alla mensa, lungo via Caduti di El Alamein, laterale della Pontebbana, in via IV Novembre a Ponte della Priula.
A notare il corpo un dipendente di un’altra azienda, che ha immediatamente lanciato l’allarme e avvisato il personale della Smurfit Kappa. Favaretto è morto d’infarto, lo Spisal verificherà l’eventuale ruolo avuto dalle alte temperature: ieri pomeriggio a Susegana si è arrivati a 37 gradi, l’uomo aveva all’interno dalle 6 di mattina alle 14, in un ambiente climatizzato.
La ricostruzione
«Io sono stato chiamato, perché ero in un altro stabilimento», spiega un referente della sicurezza aziendale. «Ci sono tutte le registrazioni di quello che è accaduto, lui era già uscito dal turno e stava andando verso la sua macchina. Ci hanno chiamato dalla mensa. Appena l’abbiamo saputo siamo andati a recuperare il defibrillatore e abbiamo chiamato il 118. Lui aveva già avuto dei problemi di cuore in passato», fa sapere.
In attesa dei soccorsi, alcuni colleghi hanno tentato disperatamente le manovre di rianimazione. All’arrivo del personale del Suem, però, non c’era ormai più nulla da fare. Alle 16. 30 la salma era ancora sul posto, coperta da un telo, vegliata da una pattuglia dei carabinieri in attesa dell’arrivo degli ispettori dello Spisal dell’Ulss 2.
I tecnici del Servizio prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro hanno eseguito i rilievi fino al tardo pomeriggio. Una circostanza è certa: Favaretto aveva lavorato nel turno dalle 6 alle 14. «Di solito lui era uno di quelli che si fermava sempre a mangiare qui», raccontano alcuni colleghi.
I punti da chiarire
Non è chiaro se avesse già pranzato o se dovesse ancora farlo quando si è sentito male. La sua Volkswagen Passat è rimasta parcheggiata davanti alla mensa. Il corpo dell’operaio è stato rinvenuto all’esterno della proprietà aziendale, a una ventina di metri dall’auto.
Per raggiungere quel parcheggio, però, non si passa dall’esterno e, secondo quanto emerso, Favaretto non avrebbe ancora timbrato l’uscita.
I carabinieri hanno cercato a lungo anche le chiavi della vettura, che in un primo momento non sono state trovate. «Strano che fosse lì, forse ha cercato riparo dal sole in quel posto all’ombra perché già non si sentiva bene. Quando abbiamo visto l’ambulanza saranno state le 3 e mezza», ricordano alcuni lavoratori.
Il dolore
I dipendenti usciti dal turno delle 17 sono rimasti colpiti nel vedere che, dopo ore, il corpo si trovava ancora sul luogo del decesso. In azienda tutti conoscevano le sue condizioni di salute.
Negli ultimi mesi era stato a lungo assente dal lavoro per affrontare un delicato intervento. «Doveva avere una visita domani, questo inverno era stato ricoverato e gli avevano messo il bypass, era stato male ed era rimasto a casa un paio di mesi. Ha ripreso a lavorare verso febbraio. Ci diceva sempre quanto gli mancava per andare in pensione, un paio d’anni». Un traguardo ormai vicino e tanto sperato. Nello stabilimento della storica cartiera di Ponte della Priula lavorano circa un centinaio di persone.
Il profilo
«Ci hanno un po’ alleviato con dei condizionatori portatili ma fanno fino ad un certo punto, apparecchi da 800 euro, ma pompano fino ad un certo punto. Ma non siamo come in ufficio. È caldo, è caldo».
Franco Favaretto viveva da solo in via Centa a Villorba, al confine con Povegliano. Qualche anno fa aveva perso il padre, del quale si era preso cura fino all’ultimo, e prima la sorella.
La sua più grande passione erano le motociclette. Era un biker, orgoglioso della sua Harley-Davidson, e in passato aveva fatto parte del club delle Cinquecento storiche di Nervesa.
Sulla fiancata della sua auto campeggiava un adesivo della storica casa motociclistica e, sul sedile del passeggero, è rimasta una rivista specializzata.
Piccoli dettagli di una quotidianità interrotta all’improvviso, a pochi metri dal posto in cui aveva appena concluso la sua giornata lavorativa.
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