Metà medici in pensione, ma i sostituti non ci sono

Nei prossimi sette anni 1.399 dottori su 3.758 usciranno dalla professione: «Le nuove leve non bastano». Le specializzazioni un collo di bottiglia
MEDICO CON LA NUOVA RICETTA ELETTRONICA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE (ALBERTO CATTANEO, MILANO - 2016-03-01) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate
MEDICO CON LA NUOVA RICETTA ELETTRONICA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE (ALBERTO CATTANEO, MILANO - 2016-03-01) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

TREVISO. Medici in fuga verso la pensione e pochi giovani a prendere il loro posto. La crisi delle professioni sanitarie si fa sentire nella Marca, dove rischia di diventare un problema serio. I dati parlano chiaro: dei 3.758 medici e odontoiatri iscritti all'ordine di Treviso, ben 1.399 hanno più di 60 anni. Tenuto conto che l'età media per la pensione è di 67 anni, ciò significa che più di un terzo dei medici trevigiani, entro il 2023 abbandonerà il camice bianco per godersi la pensione. Il vero dilemma è chi li sostituirà.

Ogni quattro dottori che lasciano l'attività, ce ne sarà solo uno pronto a subentrare come condotto. Avanti di questo passo un trevigiano su tre non avrà più il proprio medico di base. Un problema in linea con quanto sta avvenendo su scala regionale (la proiezione è di 1.284 medici mancanti e 1.540.800 pazienti che resteranno senza curante) e nazionale, con una carenza stimata di 16 mila medici.

AGOSTINI AG.FOTOFILM TREVISO PRESENTAZIONE CORSO IN PRESTAZIONI SANITARIE SALA AUDITORIUM CA' FONCELLO
AGOSTINI AG.FOTOFILM TREVISO PRESENTAZIONE CORSO IN PRESTAZIONI SANITARIE SALA AUDITORIUM CA' FONCELLO

Se si è arrivati a questo punto, le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla selezione troppo stringente “in entrata”, per regolare l'accesso ai corsi universitari. Ma il vero collo di bottiglia è dato dalla scarsità di posti nelle scuole post-laurea di medicina generale. «La Regione elargisce con il contagocce le borse di studio. In particolare, il sistema di assegnazione privilegia gli specialisti anziché i medici di famiglia», sottolinea Brunello Gorini, segretario della Fimmg, la Federazione italiana medici di medicina generale. «La Regione l'anno scorso aveva diminuito da 40 a 25 il numero di tirocinanti e solo dopo forti pressioni sindacali ha riportato il numero a 50 per tutto il Veneto. Comunque pochi, se andiamo a vedere cosa accade nel resto d'Italia», aggiunge.

E demotivante è anche il trattamento economico previsto per gli studenti che si affacciano alla professione: i tirocinanti che scelgono di diventare medici di base hanno una borsa di studio di 800 euro lordi mensili, meno della metà di quanto previsto per i borsisti della specialistica (circa 1.700 euro) che aspirano a diventare ortopedici, chirurghi, oculisti o altro. «Il ministero stanzia una cifra che deve essere integrata dalla Regione per pagare le borse di studio. Ma l'amministrazione regionale ha ben pensato di prevedere pochi posti per la medicina di famiglia. Lo si fa per spendere meno, senza capire che non si crea un vero risparmio ma si sta distruggendo il servizio», aggiunge Gorini.

Non va meglio nelle corsie degli ospedali che compongono l'Usl provinciale di Marca, dove alcune specialità sono già entrate in sofferenza. Lo dimostrano i concorsi andati a vuoto per reperire anestesisti, ginecologi e radiologi nelle strutture periferiche a corto di organico. «C'è il rischio di ritrovarsi a dover sopperire alla domanda interna ricorrendo a laureati in medicina che vengono da altri paesi. Non vogliamo che ciò avvenga, per questo concordo con il prorettore dell'Università di Padova: bisogna investire sulla formazione come garanzia per dare continuità alla sanità. Il lavoro non manca e noi dobbiamo formare persone competenti in grado di svolgerlo», ribadisce Francesco Benazzi, direttore generale dell'Usl di Marca.

Seppur intangibile c'è un'altra variabile che aggrava la crisi “demografica” dei sanitari: la perdita di appeal della professione. A evidenziarla è l'Ordine dei Medici del capoluogo. «Il calo non è dettato solo da ragioni anagrafiche. C'è una componente psicologia da considerare, una sorta di disaffezione dei colleghi verso la professione», conferma Luigino Guarini, presidente dell'ente ordinistico trevigiano, «mentre in passato avevamo medici anziani che, per spirito di servizio, continuavano a lavorare fino a 70 anni, adesso la maggior parte preferisce andare in pensione appena possibile». Invertire la tendenza non sarà facile. Bisognerà mettere in campo una serie di azioni per facilitare l'accesso a tutti i percorsi professionali.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Argomenti:sanità

Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso